Perché la lira turca affonda sulla sconfitta di Erdogan nelle grandi città e quali segnali per le obbligazioni

Lira turca in forte calo anche oggi sui risultati elettorali delle amministrative sfavorevoli al presidente Erdogan nelle grandi città. Ecco il timore segnalato dai mercati.

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Lira turca in forte calo anche oggi sui risultati elettorali delle amministrative sfavorevoli al presidente Erdogan nelle grandi città. Ecco il timore segnalato dai mercati.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha perso il controllo di grandi città come Ankara e Istanbul per la prima volta da 25 anni. La coalizione guidata dal suo Akp, il partito islamico-conservatore, ha ottenuto ancora la maggioranza assoluta dei consensi, specie grazie alle aree interne della Turchia, attestandosi al 51,7% sul piano nazionale e distanziando la coalizione repubblicana attorno al Chp e al Buon Partito di centro-destra con il 37,6%, ma è innegabile la sconfitta nelle grandi realtà urbane, tra cui Antalya e Izmir, segno che la popolazione starebbe iniziando a patire gli effetti della crisi economica, seguita a quella finanziaria esplosa lo scorso anno e che ha provocato il collasso della lira turca.

Il cambio contro il dollaro oggi perde oltre il 2,5%, attestandosi a 5,70 nel momento in cui scriviamo.

La lira turca crolla ancora ed esplodono i tassi swap overnight, cosa fare sull’obbligazionario?

In particolare, ad Ankara il cartello elettorale del presidente ha ottenuto il 47,2% contro il 50,9% del principale blocco avversario. A Istanbul, dopo ore di confusione e nel corso delle quali entrambi gli schieramenti hanno rivendicato la vittoria, prevarrebbe il candidato della coalizione avversaria a quella di Erdogan per 28.000 voti, raccogliendo il 48.65% contro il 47,7% dell’Alleanza Popolare.

Il solo fatto che le principali città turche siano diventate contendibili, quando sono trascorsi 16 anni dall’arrivo al governo dell’Akp, segnala che il consenso attorno al presidente inizi ad essere meno granitico di quanto si pensasse fino a poco tempo fa. Non a caso, questi ha tenuto oltre un centinaio di comizi in tutto il paese, nel tentativo di limitare i danni. La scorsa settimana, la lira turca è tornata nel mirino dei mercati, allorquando le banche locali hanno privato l’accesso alla valuta per gli investitori stranieri, onde non consentire loro di specularvi contro. I tassi “swap” overnight sono esplosi in pochissime ore dal 24% al 1.338% e il governo ha rassicurato che il blocco delle operazioni sarà temporaneo, ma nei fatti è sceso in campo per frenare lo short contro la lira alla vigilia delle elezioni amministrative di ieri, ottenendo il risultato opposto.

Cosa accade ai bond turchi

I rendimenti dei bond sovrani sono anch’esso schizzati ai massimi dall’autunno scorso, anche per via delle vendite a cui il mercato ha dato in parte vita per la necessità di accedere alle lire con atti di disinvestimento, essendo stato loro negati i presti dalle banche. I decennali hanno chiuso venerdì al 17,89% e i biennali al 20,17%. C’è da scommettere che il trend negativo proseguirà alla riapertura delle contrattazioni. La sconfitta di Erdogan in città-chiave, sebbene non avrà contraccolpi sul governo nazionale, non passerà inosservata dalle parti della presidenza e del suo partito. La pressione sulla banca centrale si farà ancora più pressante, affinché il governatore Murat Cetinkaya allenti la politica monetaria, tagliando i tassi dal 24% attuale. Anche la politica fiscale potrebbe subire variazioni, nonostante il ministro dell’Economia e genero di Erdogan, Berat Albayrak, abbia annunciato nei giorni scorsi il varo di riforme. Resisterà alla tentazione di fornire ulteriori stimoli all’economia domestica, tramite il ricorso all’indebitamento in piena recessione?

Lira turca in calo, Erdogan dovrà accettare tassi ancora più alti

Proprio questo temono i mercati, ossia minore rigore sui conti pubblici e un ritorno agli attacchi contro l’istituto, la cui autonomia dalla sfera politica appare già carente. Se vi fosse il sentore che i tassi seguiranno un percorso a prescindere dai fondamentali, le tensioni sulla lira monteranno nuovamente, con conseguenze inevitabilmente negative anche sui bond, che a quel punto sarebbero venduti dagli investitori stranieri, a causa delle perdite altrimenti inflitte dal cambio. Può sembrare un paradosso, ma per quanto negli ultimi anni gli investitori non vedano di buon occhio la svolta autoritaria di Erdogan, essi si mostrano costantemente più preoccupati dalla sua minore forza elettorale, temendone le conclusioni sul piano della gestione della politica economica e, in particolare, di quella monetaria.

Del resto, a febbraio l’inflazione è tornata sotto il 20% per la prima volta dallo scorso agosto, ma solo grazie al recupero del cambio, che contro il dollaro aveva messo a segno un guadagno del 20% al gennaio, trainato a sua volta dall’innalzamento dei tassi.

Ma nell’ultimo bimestre, si è registrato un deprezzamento prossimo alla doppia cifra e tale da minacciare la discesa dell’inflazione, rendendo un “lusso” per la banca centrale poter tagliare i tassi. Questo stanno scontando i bond sovrani, con i decennali a rendere oltre 400 punti base e i biennali circa 250 bp dai minimi toccati rispettivamente a fine gennaio e a febbraio/marzo. Poiché l’unico a poter danneggiare il sentiment sui mercati sarebbe proprio Erdogan, meglio che sia sempre di buon umore, cioè che vinca a mani basse a ogni elezione. E non è quanto è appena accaduto, sperando che il capo dello stato abbia appreso la lezione della scorsa estate, quando ha reso necessaria una politica più dura sui tassi, a causa della fuga dei capitali scatenata dalle sue esternazioni contro la banca centrale, che ha fatto collassare la lira e impennare l’inflazione più di quanto non sarebbe avvenuto autonomamente.

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