Perché la Grecia ha emesso un bond a un terzo del suo rendimento di mercato?

La Grecia ha potuto emettere un bond a breve scadenza a rendimenti di circa i due terzi più bassi rispetto a quelli vigenti sul mercato secondario. Com'è stato possibile?

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La Grecia ha potuto emettere un bond a breve scadenza a rendimenti di circa i due terzi più bassi rispetto a quelli vigenti sul mercato secondario. Com'è stato possibile?

Che la curva dei rendimenti in Grecia si stia normalizzando piuttosto in fretta negli ultimi mesi è notorio. Quest’anno, Atene ha potuto emettere due bond a 5 e 10 anni, raccogliendo capitali per un totale di 5 miliardi di euro, preziosi per rimpinguare le proprie casse di liquidità da disporre anche per l’abbattimento di debito a costi superiori a quelli di mercato, come il prestito del Fondo Monetario Internazionale.

Era impensabile fino a qualche mese fa. Dal 2010, il Tesoro si era limitato ad emettere titoli a breve scadenza, cioè fino a un massimo di 12 mesi di durata. E questa settimana, lo ha fatto ancora con un semestrale, collocato sul mercato al rendimento dello 0,46%, meno dello 0,58% dell’asta precedente, raccogliendo 1,14 miliardi.

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Nulla di straordinario, se non fosse che sul secondario i T-bills a 6 mesi rendano in questi giorni sopra l’1,20%. In pratica, il governo è riuscito nell’impresa a dir poco straordinaria di rifinanziarsi a breve a costi nettamente inferiori a quelli vigenti sul mercato. Qualcosa non quadra. Perché mai un investitore dovrebbe prestare denaro alla Grecia a tassi di circa i due terzi in meno di quanto non farebbe acquistando un suo debito da altri privati?

La risposta si chiama “liquidità”. Il secondario non riflette bene i prezzi dei titoli ellenici, semplicemente perché gli scambi su di esso risultano quasi azzerati, in alcuni casi inesistenti. Nella pratica, l’accesso al singolo investitore è quasi inibito dai bassi volumi di contrattazioni, per cui chi ha voglia può puntare i suoi capitali sui bond di Atene solo passando tramite gli istituzionali, cioè essenzialmente le banche. E queste, data la scarsa liquidità sul mercato, lo consentono dietro investimenti minimi di 100.000 euro. In altre parole, i “sirtaki” bond non sono da tempo alla portata dei privati.

Il coraggio premia

Questo significa anche che chi volesse rivendere i titoli di stato ellenici, dovrà accontentarsi di quello che gli offrono, altrimenti dovrà verosimilmente aspettare parecchio per chiudere la posizione e non è detto che ciò avvenga, comunque, ai valori che avrebbe voluto spuntare.

Quindi, le banche che vogliano disfarsi dei titoli a breve appena acquistati, magari realizzando di avere un immediato fabbisogno di liquidità, sono costrette a “svenderli” per monetizzare, mentre chi li acquista (altre banche o privati tramite banche) fa un affare, dato che oggi nell’Eurozona non esiste un rendimento così breve e al contempo redditizio.

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Che si tratti di un’eccezione riguardante questo segmento di mercato quanto accaduto l’altro giorno lo dimostrano i due collocamenti a lungo termine di quest’anno. Il quinquennale a fine gennaio fu emesso al rendimento del 3,60%, quando sul secondario i bond della medesima durata offrivano allora persino meno del 3%. E a marzo, il decennale venne offerto al 3,90%, che si confrontava con il 3,70% del secondario. Dunque, in questi casi lo stato ha dovuto offrire un premio agli investitori per raccogliere i loro capitali, probabilmente anche per evitare un flop, che avrebbe avuto ricadute d’immagini pesanti per un paese che cerca a fatica di tornare sui mercati finanziari. Ad ogni modo, la differenza tra scadenze brevi e lunghe segnalerebbe che sul secondario la domanda per le seconde sarebbe più sostenuta, per quanto i problemi di liquidità non manchino nemmeno in questo caso.

Ci vuole fortuna e, soprattutto, coraggio per puntare sui sirtaki bond. Tuttavia, quest’ultimo sembra pagare. Chi subito dopo la ristrutturazione del maggio 2012 avesse comprato, ad esempio, il bond emesso nel 2004 e con scadenza nel luglio 2034 (un trentennale), ad oggi avrebbe portato a casa una plusvalenza teorica del 295%, pari a un rendimento medio annuo superiore al 21%, a cui andrebbe sommata la cedola del 5,2%, per un totale di oltre il 26%. Del resto, il bond rende oggi il 4,18%, mentre 7 anni fa si attestava alla spaventosa cifra di circa il 30%. Ma per quanto sopra scritto, non è detto che oggi riuscirebbe a rivenderlo ai prezzi dati, tranne che non abbia tempo e fortuna.

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