Perché il petrolio sotto i 70 dollari è una notizia “bullish” per i BTp

Il petrolio è sceso sotto i 70 dollari al barile e per i nostri titoli di stato è una buona notizia, anche se vedremmo i risultati solo tra qualche mese. Ecco perché.

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E’ la peggiore settimana dell’anno quella che si concluderà domani sui mercati per il petrolio, le cui quotazioni oggi sono scese sotto i 70 dollari al barile per il Brent e a poco sopra i 60 per il Wti americano, perdendo rispettivamente il 3,4% e il 4% dalla chiusura di venerdì scorso. A deprimere i prezzi sono stati i dati provenienti dagli USA, dove la settimana scorsa le estrazioni quotidiane sono aumentate di 100.000 barili al giorno a 12,2 milioni, solo di poco sotto il record storico di 12,3 milioni toccato in aprile.

E le scorte sono cresciute di 4,7 milioni di barili a quota 476,8 milioni. Combinando questi numeri con la situazione economica e politica globale, tra crescita in rallentamento e tensioni commerciali USA-Cina, il mercato fiuta il rischio di un eccesso di offerta.

Per i nostri BTp, trattasi di una buona notizia dal tenore “bullish”. Un petrolio che si stabilizzasse sotto i 70 dollari al barile non solo eviterebbe un surriscaldamento dei prezzi presso le economie importatrici, tra cui l’Italia, ma potenzialmente avrebbe effetti deflattivi, considerando che tra il maggio e l’inizio dell’ottobre dello scorso anno, le quotazioni si attestarono mediamente sopra i 76 dollari al barile, pur a fronte di un cambio euro-dollaro del 4,5% più forte dei livelli attuali. In sostanza, a quotazioni ferme sotto i 70 dollari per i prossimi mesi, il costo in euro di un barile risulterebbe in calo su base annua e ciò spingerebbe in basso l’inflazione in tutta l’Eurozona.

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Inflazione e BTp

E tutto ciò che deprime l’inflazione fa bene ai BTp, perché allontana l’avvio della stretta monetaria della BCE. Già, sappiamo che il primo rialzo dei tassi dal 2011 non ci sarà quest’anno e il mercato inizia a non scontarlo nemmeno per il 2020. Se l’inflazione restasse ben sotto il target del 2% e quella “core” non si smuovesse granché dall’1,3% del dato di aprile, probabile che anche il successore di Mario Draghi debba arrendersi ad alzare i tassi più in là.

Ciò farebbe rifiatare tutti i bond dell’area, ma particolarmente quelli della periferia, in quanto percepiti più a rischio nel caso di un aumento del costo del denaro, essendo i rispettivi stati più indebitati. Viceversa, i Bund si deprezzerebbero un po’ sulle minori preoccupazioni dei mercati per le condizioni dell’area, con la conseguenza che gli spread si ridurrebbero.

Per ora, non si notano effetti positivi visibili sui rendimenti sovrani nell’area, sia perché sembra troppo presto per scontare una nuova fase calante per l’inflazione, sia anche per le tensioni relative alla “guerra” dei dazi tra USA e Cina, il rischio Brexit e l’attesa per le elezioni europee di domenica prossima, tutti fattori che incidono negativamente sul sentimento degli investitori e che incoraggia gli acquisti di titoli “core” e le vendite di quelli più rischiosi come i BTp. Solo quando e se queste tensioni verranno meno e prevalessero previsioni più accomodanti sulla BCE, inizieremmo ad avvertire una fase rialzista per le quotazioni dei BTp, sperando che lo scontro tra Roma e Bruxelles non offuschi tutto.

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