Perché il mese di ottobre per i BTp rischia di essere negativo

Ottobre per i BTp rischia di non essere un mese fortunato nemmeno quest'anno. Ecco i fattori interni e internazionali che farebbero pagare pegno ai nostri titoli di stato.

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Ottobre per i BTp rischia di non essere un mese fortunato nemmeno quest'anno. Ecco i fattori interni e internazionali che farebbero pagare pegno ai nostri titoli di stato.

Spread sotto i 200 punti base, rendimento a 10 anni del BTp tra 1,50% e 1,60%, scadenza a 2 anni sottozero e trentennale al 2,65%. Sembrano tutti numeri di un mercato sovrano italiano ripresosi vistosamente dalla crisi vissuta nella seconda metà dello scorso anno. Certo, il differenziale con la Germania resta nettamente superiore a quello di paesi come Spagna e Portogallo, segno che la specificità negativa dell’Italia rimane tutta, ma almeno i valori assoluti dei nostri rendimenti appaiono tutt’altro che preoccupanti. Occhio, però, a passare dall’allarmismo alla compiacenza. L’estate si sta rivelando per i nostri BTp molto migliore delle più rosee aspettative, eppure il pericolo sta sempre dietro l’angolo.

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Ottobre, in particolare, rischia di tornare ad essere anche per il 2019 un mese negativo. Lo fu nel 2011, all’apice delle tensioni sullo spread; accadde di nuovo lo scorso anno, quando Italia e Commissione europea pasticciarono sul deficit. E stavolta? Per prima cosa, esiste un rischio sottaciuto e al quale tutti i governi europei si starebbero preparando: la Brexit. Sembra assodato che il Regno Unito uscirà dalla UE alla fine di ottobre, il punto sarebbe capire come. Con l’elezione di Boris Johnson a segretario del Partito Conservatore e subito dopo a premier, le probabilità di un “no deal” si sono impennate drasticamente.

I fattori esterni

Johnson chiede alla UE di eliminare dall’accordo il “backstop” sull’Irlanda del Nord, una sorta di mutilazione della sovranità nazionale inaccettabile per gran parte della politica e dell’opinione pubblica domestica. Bruxelles ha sinora risposto picche e questo mancato incontro tra le parti rende probabile lo scenario di un divorzio rovinoso, tale per cui dall’1 novembre prossimo non sapremo in quali termini regolare gli scambi con Londra.

Sarebbe un disastro per entrambe le sponde della Manica. L’economia europea, già frenata dalla congiuntura internazionale stagnante, non potrebbe permettersi altri contraccolpi sulle esportazioni.

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E nello stesso giorno in cui la Brexit diverrà realtà, salvo ulteriori improbabili rinvii, Christine Lagarde prenderà il posto di Mario Draghi alla guida della BCE. La sua nomina è stata salutata molto favorevolmente dai mercati, in quanto percepita in continuità con l’operato ultra-accomodante dell’italiano. Tuttavia, nella fase di avvicendamento non possiamo escludere che i mercati stessi vogliano testare le reali intenzioni della francese, tra l’altro prendendo di mira proprio i BTp, al fine di capire se il piano varato nel 2012 dall’istituto dopo il famoso “whatever it takes” di Draghi sia operativo ed eventualmente in quali termini. Più in generale, sappiamo con certezza cosa perdiamo con l’addio dell’attuale governatore, mentre sulle future mosse della Lagarde resteremo solo alle speculazioni fino all’atto pratico. E il primo appuntamento con la verità arriverà con l’ultimo board dell’anno, in programma a dicembre.

E dall’America, proprio dopo l’estate l’amministrazione Trump passerebbe dalle parole ai fatti sui dazi imposti al settore auto europeo, così da colpire le esportazioni tedesche. Sarebbe una pessima notizia per l’economia dell’Eurozona e gli investitori reagirebbero rifugiandosi nei Bund e vendendo i titoli “non core”, BTp in testa, scontando rischi per la crescita dell’area e, in particolare, per la minore sostenibilità del nostro debito pubblico.

Il fattore Italia

Infine, l’Italia. Entro metà ottobre, come ogni anno dovremo inviare a Bruxelles la legge di Stabilità. Per il 2020 si preannuncia complicata: 23 miliardi di euro da reperire solo per sventare le clausole di salvaguardia ed evitare l’aumento dell’IVA, altri 4-5 per spese indifferibili (contratti pubblici, finanziamento di missioni all’estero, etc.

) e 5-10 miliardi per il taglio delle tasse chiesto dalla Lega. Troppi soldi e troppe poche coperture. La situazione diventa ancora più al limite, considerando che il governo Conte appare al suo interno dilaniato da una spaccatura ormai insostenibile tra i due partiti della maggioranza, Lega e Movimento 5 Stelle.

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In ottobre, quindi, un cocktail potenzialmente velenoso per i nostri BTp. Se è vero che per allora dovrebbe essersi materializzato il (primo) taglio dei tassi da parte della BCE e che persino la riattivazione del “quantitative easing” sarebbe nell’aria, questo dai mercati è stato già ampiamente scontato. Saranno i fattori negativi ad essere eventualmente soppesati e solo se la Germania scivolasse in recessione da questa estate si avrebbe forse modo di evitare un nuovo attacco ai bond italiani, date le previsioni ancor più accomodanti sulle mosse della BCE che in quel caso attecchirebbero.

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