Perché il debito della Thailandia rende poco e attira molti capitali?

I thai bond offrono rendimenti all'occidentale, ma allettano i capitali grazie al bath, che quest'anno si è rafforzato contro tutte le principali valute e mostra un trend rialzista da anni.

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I thai bond offrono rendimenti all'occidentale, ma allettano i capitali grazie al bath, che quest'anno si è rafforzato contro tutte le principali valute e mostra un trend rialzista da anni.

Quest’anno, le imprese in Thailandia hanno emesso obbligazioni per un controvalore di 1.000 miliardi di bath, circa 33 miliardi di euro. E fino ad altri 300 miliardi sono attesi entro la fine dell’anno. In tutto, il solo mercato corporate delle obbligazioni vale nel paese 3.920 miliardi, circa 117 miliardi di euro. Ed le emissioni si mostrano in crescita nell’ultimo quinquennio, salendo costantemente dai 589 miliardi di bath del 2014. Naturale che sia così, perché a guardare i rendimenti thailandesi, nemmeno ci accorgeremmo di trovarci in un mercato emergente. I decennali emessi dal regno offrono appena l’1,65%, i biennali l’1,30%, in calo rispettivamente quest’anno dal 2,47% e dall’1,95%.

Il segmento “investment grade” mostra spread medi fino a un massimo di circa 300 punti base per le scadenze superiori ai 5 anni, mentre per quelle più brevi e con rating “AAA” si scende in area 35 bp. E, quindi, molti di voi si chiederanno se abbia molto senso investire sull’obbligazionario thai, correndo un rischio di cambio apparentemente non indifferente. E qui sta il bello. Il bath si è rafforzato quest’anno contro l’euro del 10%, del 7% contro il dollaro USA, di oltre il 9% contro lo yuan cinese e di oltre il 6% contro lo yen giapponese. La tendenza rialzista non è nuova. Contro la divisa americana, ad esempio, va avanti da oltre 4 anni e si è già tradotto in un apprezzamento del 17%.

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I thai bond in bath fanno sorridere gli investitori

Più il bath si rafforza e più valgono i titoli del debito in esso espressi, offrendo a noi investitori stranieri un “rendimento” extra. Questa forza è giustificata dalle partite correnti, che nel 2018 hanno chiuso con un saldo attivo pari al 7,5% del pil, determinato quasi in parti uguali sia dall’eccesso di esportazioni che dall’afflusso di capitali.

Le esportazioni valgono più della metà del pil e nell’ultimo periodo sono in rallentamento, pur restando superiori alle importazioni. E il cambio forte sta impattando negativamente sull’inflazione, quasi azzerandola e costringendo la banca centrale a tagliare i tassi ai minimi da 10 anni, all’1,25% all’ultimo board di questo mese.

Nel tentativo di evitare lo scivolamento verso la deflazione, l’istituto ha annunciato che agevolerà i deflussi dei capitali, per cui non possiamo escludere che nei prossimi mesi il cambio ne risulti indebolito. Ad oggi, però, i pur bassi rendimenti della Thailandia continuano a fare gola, in quanto espressi in una valuta emergente atipica, cioè non alle prese con la debolezza sui mercati, al contrario. I fondamentali, poi, restano positivi: debito pubblico a meno del 42% del pil nel 2018, rating sovrano a “BBB+” per S&P (più alto del “BBB” assegnato all’Italia) e crescita economica in accelerazione nel terzo trimestre al +2,4% annuo.

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