Perché il calo dei tassi e dello spread è un buon segno per i BTp e per la stabilità del mercato italiano

Rendimenti dei BTp più bassi non sono positivi solo per i risparmi in termini di spesa per interessi, ma anche per la qualità della domanda

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Asta BTp, rendimenti azzerati da inizio anno

In settimana, il Tesoro ha tenuto la prima asta di titoli di stato dalla nascita del governo Draghi. Ed è stato un grosso successo. Il nuovo BTp “benchmark” a 10 anni e il BTp€i a 30 anni sono arrivati ad attirare capitali per 134 miliardi di euro, di cui 110 miliardi il primo e 24 il secondo. Ma nel corso del collocamento gli ordini si sono ridotti a 82 miliardi, di cui 66 per il primo e 16 per il secondo. Cos’è successo di preciso? Inizialmente, il Tesoro aveva offerto rendimenti iniziali più alti, ma assistendo a una domanda enorme per entrambi i i titoli, ha tagliato le cedole, allontanando gli investitori che si erano mostrati allettati dal solo fattore rendimento.

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Da quando Mario Draghi ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo, lo spread BTp-Bund a 10 anni si è contratto di una trentina di punti base, scendendo sotto i 90. Questo significa che il mercato richiede un premio sempre più basso per acquistare debito italiano anziché tedesco o di altri stati dell’Eurozona. E ciò non è positivo soltanto per i contribuenti, ma anche per la qualità della domanda.

La qualità degli investitori

Ci sono essenzialmente due tipi di investitori: speculativi, cioè che puntano a comprare a prezzi bassi e a rivendere a prezzi alti nel minor tempo possibile; cassettisti o di lungo periodo, il cui scopo consiste nel tenere gli assets acquistati fino alla scadenza e che sono alla ricerca di un flusso stabile e certo di reddito nel tempo. I primi sono perlopiù fondi “hedge”, i secondi fondi pensione, assicurazioni e banche.

Quando uno stato o una società offre rendimenti relativamente elevati, vi si avvicinano gli investitori più speculativi, i quali scommettono di poter rivendere dopo qualche tempo il debito a prezzi maggiori. Se da un lato questo è un bene, visto che tengono alta la domanda nelle fasi avverse, dall’altro rendono poco stabile la composizione dei creditori nel tempo. Viceversa, quando un governo come l’Italia si avvicina ai livelli di rendimento offerti dagli altri stati, viene meno l’appeal speculativo e chi compra lo fa perché nutre fiducia sul sistema-Paese e cerca di portare a casa un flusso di reddito stabile e certo negli anni. Parliamo di investitori di lungo periodo, che non usciranno verosimilmente dal mercato alla prima occasione che si presenta loro davanti.

Più basso lo spread, maggiore la domanda dei cassettisti. E questo depone a favore della stabilità sul mercato sovrano dei nostri BTp. Da inizio anno, il rendimento medio delle emissioni italiane è stato praticamente nullo (0,06%). Questo significa che abbiamo emesso debito senza sostenere quasi alcun costo. In vista di emissioni complessive per oltre 500 miliardi di euro nell’intero 2021, non può che essere un’ottima notizia. La discesa dei rendimenti si deve certamente alla BCE, che sta mantenendo condizioni monetarie ultra-espansive. L’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi completa il quadro favorevole ai BTp, ma stiamo parlando di una svolta molto recente, a fronte di un sensibile miglioramento nelle condizioni di finanziamento del Tesoro sin dalla primavera dello scorso anno e, soprattutto, dall’estate 2020. Malgrado il boom del debito, la spesa per interessi è destinata anche quest’anno a scendere in valore assoluto, attestandosi sui 60 miliardi. Superava gli 80 miliardi all’apice della crisi dello spread e a fronte di un rapporto debito/PIL di circa 35 punti più basso.

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