Perché i rendimenti dei bond restano bassi anche con maxi-stimoli fiscali dei governi

Prosegue la corsa verso i bond dopo l'annuncio di maxi-stimoli fiscali in Europa e USA. Rendimenti in caduta, eccetto che in Italia, quando dovrebbero teoricamente salire. Ecco perché non accade.

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Prosegue la corsa verso i bond dopo l'annuncio di maxi-stimoli fiscali in Europa e USA. Rendimenti in caduta, eccetto che in Italia, quando dovrebbero teoricamente salire. Ecco perché non accade.

Ieri, i rendimenti hanno continuato a scendere sui mercati obbligazionari, con il Bund a 10 anni ad offrire -0,37% e il Treasury di pari durata anche meno dello 0,70%. Eppure, nel fine settimana l’amministrazione Trump ha innalzato da 1.000 a 2.000 miliardi di dollari il piano anti-crisi per contrastare gli effetti dell’emergenza Coronavirus e considerando anche le garanzie offerte alle imprese, si dovrebbe arrivare a 3.000 miliardi. Nel frattempo, tra spesa pubblica e garanzie, la Germania sta varando il suo piano monstre da 550-600 miliardi, mentre la Francia inietterà denaro fresco per 45 miliardi e altri 300 miliardi li metterà a disposizione tramite le garanzie alle sue imprese. E così via in tutti gli altri stati, compresa l’Italia, dove il Decreto “Cura Italia” ha destinato 25 miliardi agli aiuti.

Il panico fa bene ai bond lunghissimi: rialzi stratosferici e rendimenti a picco

Nel complesso, l’allentamento della politica fiscale si mostra di enormi dimensioni. Il maggiore ricorso all’indebitamento sui mercati, che nell’Eurozona avvenga tramite un organismo sovranazionale come il MES o tramite gli stati nazionali poco importa, dovrebbe deprimere i prezzi sulla previsione di un’offerta alluvionale sui mercati. Eppure, sta avvenendo sostanzialmente il contrario. Il motivo di tale discrepanza tra realtà e teoria risiede, anzitutto, nella corsa sfrenata dei mercati verso il comparto “investment grade” dell’obbligazionario, al fine di mettere in salvo i capitali dai rischi in borsa e di quasi ogni altra forma di investimento alternativa.

Peraltro, ancora siamo alle parole, ma non sappiamo di preciso di quanto cresceranno le emissioni, se gli stimoli varati risulteranno insufficienti ed eventualmente se e di quanto verrebbero ulteriormente dilatati. Infine, stavolta anche nell’Eurozona politica fiscale e monetaria stanno procedendo all’unisono.

Non sono solo i governi a spendere di più, ma anche le banche centrali. A partire dalla Federal Reserve, che ieri ha annunciato un piano di acquisti “illimitato” e per la prima volta anche di corporate bond. La stessa BCE non ha posto limiti al suo PEPP da poco varato, a dimostrazione di quanto gravissima venga percepita la crisi economica in corso.

Rischio di effetti collaterali

Dunque, da un lato si vende più debito e dall’altro lo si acquista. Verrebbe da chiedersi se questa monetizzazione di fatto dei debiti sovrani e privati non possa avvenire, a questo punto, direttamente, anziché affannarsi a salvare le forme. I prezzi stanno salendo, dunque, perché chi compra sa che quanto prima potrà rivendere anche tutto il debito alle banche centrali. In un certo senso, è come se fosse stato garantito un “floor” ai prezzi stessi. Questi non potranno scendere più di tanto, perché ad acquistarli ci sarebbero gli istituti, la cui domanda tendenzialmente infinita finirebbe per far cessare qualsiasi tonfo.

Per quanti volessero acquistare obbligazioni sovrane e corporate per tenerle fino alla scadenza e cercare di incassare un rendimento minimo, questo scenario teoricamente risulta indifferente, ma rischia di provocare effetti collaterali. L’eccesso di liquidità sui mercati, stavolta associato a stimoli fiscali potenti, potrebbe alimentare una spirale inflattiva, tale da deprimere i rendimenti reali e finanche di portarli in territorio negativo lungo l’intera curva delle scadenze. Se ho acquistato un bond “high yield” in euro al 4%, confidando che l’inflazione nell’Eurozona al limite tenda verso il target BCE di poco inferiore al 2%, di fatto ho investito sull’attesa di un rendimento annuo reale positivo pari o superiore al 2%. Se, però, l’allentamento fiscale e monetario facesse schizzare l’inflazione al 4%, il rendimento reale risulterebbe nullo e a fronte di esso avrei in portafoglio un titolo rischioso. Sarebbe stato meglio tenersi cash.

Con il Coronavirus siamo entrati in un’economia di guerra e i rischi sono alti

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