Perché i rendimenti americani e il cambio euro-dollaro sono legati

Treasuries e corporate bond in dollari sempre più avidi di rendimento, mentre il biglietto verde si deprezza sui mercati valutari. Vediamo perché i due movimenti sono intrinsecamente connessi tra loro.

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Treasuries e corporate bond in dollari sempre più avidi di rendimento, mentre il biglietto verde si deprezza sui mercati valutari. Vediamo perché i due movimenti sono intrinsecamente connessi tra loro.

La curva dei rendimenti americana si è portata ai minimi storici su diversi tratti e la scadenza più longeva, quella dei 30 anni, offre ormai non più dell’1,25%, a fronte di meno dello 0,60% del decennale. Per arrivare all’1% dobbiamo mettere in portafoglio un Treasury di durata residua sui 20 anni, mentre le cose non vanno tanto meglio sul comparto corporate. I titoli con rating massimo “AAA” sono scesi a un rendimento medio minimo record dell’1,41%. Lo stesso dicasi per i “BBB”, i meno sicuri tra gli “investment grade”, che offrono adesso la media del 2,29%. Non distano granché dai minimi di sempre nemmeno i “junk”, al 5,37%.

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In pochi mesi, il mercato obbligazionario così promettente è diventato abbastanza avido, pur rimanendolo assai meno dei concorrenti di Europa e Giappone. Il decennale tedesco, tanto per fare un confronto, si aggira ancora intorno al -0,50%. Tuttavia, i movimenti del cambio euro-dollaro stanno evolvendosi sfavorevolmente ai bond a stelle e strisce. In pochi mesi, il cross è passato da meno di 1,07 a più di 1,19, attestandosi oggi sopra 1,17.

In pratica, man mano che i rendimenti americani collassano, il dollaro s’indebolisce. E per gli investitori è un problema, perché il deprezzamento della valuta implica perdite all’atto del disinvestimento o alle scadenze. I due fenomeni, del resto, sono strettamente legati. La forza del dollaro ancor prima del Covid-19 era sostenuta dall’ampio differenziale di rendimento tra USA ed Europa. A inizio anno, ad esempio, il decennale USA offriva l’1,88%, quello tedesco il -0,18%, pari a uno spread di circa 205 punti base, il doppio di oggi. Naturale che gli investitori si spostassero sul mercato dei capitali americano.

Prospettive future

Con gli spread in forte restringimento, la convenienza di prestare denaro a stato, banche e società USA si va fortemente riducendo e questo allontana gli investitori, mettendo pressione al dollaro. Dunque, rendimenti e cambio giù. Altri fenomeni stanno contribuendo a questo trend. I contagi negli USA rimangono molto elevati e minacciano il rimbalzo dell’economia americana, mentre lo stesso dollaro debole sostiene le aspettative d’inflazione, ai massimi da fine febbraio e certamente molto superiori a quelle nulle nell’Eurozona.

Poiché, però, la Federal Reserve sembra tutt’altro che intenzionata a reagire con un restringimento delle condizioni monetarie, dovendo accompagnare le manovre fiscali ultra-espansive di Casa Bianca e Congresso, ciò non porta a prevedere un rialzo dei tassi da qui al medio termine, semmai solo un rinvigorimento dei prezzi al consumo, cosa che a sua volta impatta negativamente sul dollaro e che rischia di avere conseguenze anche per lo stesso mercato obbligazionario, in previsione di rendimenti reali ancora più bassi e magari negativi. Ne deriva che nei prossimi mesi, cessato il clima di allarme per la pandemia e le tensioni politiche per le elezioni presidenziali di novembre, i bond americani potrebbero essere oggetto di vendite, con i rendimenti che torneranno a salire. E questo offrirebbe un minimo sostegno al cambio.

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