Perché i mercati emergenti temono meno una nuova tempesta finanziaria turca

I rischi di contagio con una sempre più probabile tempesta finanziaria in Turchia si fanno meno intensi per gli altri mercati emergenti. Ecco i numeri che lo dimostrano.

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I rischi di contagio con una sempre più probabile tempesta finanziaria in Turchia si fanno meno intensi per gli altri mercati emergenti. Ecco i numeri che lo dimostrano.

E’ una fase complicata per i mercati emergenti, che com’era prevedibile che fosse, risultano le principali vittime dell’emergenza Coronavirus. Da quando i governi occidentali hanno imposto i primi “lockdown” a marzo, a partire dall’Italia, l’Institute of International Finance calcola in oltre 83 miliardi di dollari i deflussi dei capitali accusati da queste realtà. Una parte consistente delle perdite è arrivata dalla Turchia, dove tra fine 2019 e inizio maggio gli investitori stranieri hanno ridotto di 7,1 a 8,4 miliardi di dollari i titoli di stato detenuti e di 10 a 22 miliardi i titoli azionari. Attualmente, quindi, detengono appena il 6% del debito sovrano di Ankara, una percentuale nettamente inferiore al 29% del 2013.

La lira turca affonda e Ankara corre verso il baratro, a 2 anni dalla tempesta finanziaria

Nei giorni scorsi, la lira turca è scivolata ai nuovi minimi storici contro il dollaro, scambiando a 7,17, rafforzandosi da allora di quasi il 3%. Il suo peso nelle contrattazioni valutarie a Londra, tuttavia, è sceso all’1,3% del totale dei volumi giornalieri negoziati, giù dal 2,3% medio del 2016, secondo la Banca d’Inghilterra. E c’è un altro dato che confermerebbe la minore rilevanza della Turchia nel panorama finanziario internazionale. Il peso dei suoi titoli di stato nel JP Morgan Government Bond Index – Emerging Markets è crollato al 3,2%, quando era ancora al 10% nel 2015.

L’inflazione attesa resta alta

Ieri, i rendimenti a 10 anni erano saliti sopra il 13,20%, ai massimi da quasi un mese. E il biennale offriva oltre il 9,30%, anche in questo caso ai livelli più alti da metà aprile. A tutti gli effetti, sembra che il mercato non stia scontando alcun allentamento ulteriore della politica monetaria. Anzi, i tassi fissati all’8,75% dalla banca centrale iniziano a mostrarsi inferiori a quelli che lo stesso mercato stima da qui a breve, segno che le aspettative siano persino rialziste, probabilmente per il caso in cui l’inflazione dovesse smettere di contrarsi, rimanendo nei pressi dell’11%, nettamente sopra il livello dei tassi stessi.

Dunque, il rischio di una nuova tempesta finanziaria per Ankara sale repentinamente. L’ultima volta che è accaduto è stato nel 2018 e proprio in questo periodo dell’anno, quando la lira turca arrivò a perdere oltre il 40%, trascinando al rialzo i rendimenti dei bond. Ieri, il Tesoro è ha emesso titoli con cedole legate all’inflazione per 8,66 miliardi di lire (circa 1,15 miliardi di euro), di cui 5,03 miliardi di una tranche a 3 anni e 3,63 miliardi di una seconda a 8 anni, al rendimento rispettivamente del 2,58% e dell’1,24%. Confrontando questi ultimi con quelli esitati dai bond con cedola fissa di pari durata, otteniamo che gli investitori si aspettino un’inflazione media annua superiore al 6% per il prossimo triennio e del 12% per i prossimi otto anni, vale a dire una decelerazione nella crescita dei prezzi nel breve e medio termine e un’accelerazione decisa nel lungo. “Business as usual”, insomma. La banca centrale non sarebbe in grado di stabilizzare i prezzi.

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