Perché i bond spagnoli restano solidi con la grave crisi politica a Madrid

I bond spagnoli non sembrano subire dalla crisi politica a Madrid, che in questi giorni potrebbe sfociare in una nuova caduta del governo. Ecco le ragioni di questa asimmetria sui mercati rispetto a quanto accade in Italia.

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I bond spagnoli non sembrano subire dalla crisi politica a Madrid, che in questi giorni potrebbe sfociare in una nuova caduta del governo. Ecco le ragioni di questa asimmetria sui mercati rispetto a quanto accade in Italia.

La Spagna ha collocato oggi sul mercato titoli di stato a breve termine, i cosiddetti Letras, a 6 e 12 mesi. I primi sono stati emessi per 550 milioni al rendimento medio del -0,372%, in rialzo dal -0,428% precedente; i secondi sono stati assegnati per altri 3,7 miliardi al -0,307%, anche in questo caso in aumento dal -0,330%. La domanda ha superato i 10,5 miliardi, attestandosi a 2,49 l’importo offerto dal Tesoro di Madrid, confermando il buon momento per i bond sovrani. Anche l’Italia oggi ha beneficiato di un ulteriore calo dei rendimenti all’asta dei BoT annuali, piazzati sul mercato per un controvalore di 6,5 miliardi al rendimento dello 0,181%, in calo dallo 0,285% di gennaio e attirando una domanda per 10,72 miliardi, pari a un “bid-to-cover” di 1,65 da 1,54. Gli esiti segnalano che i titoli a 12 mesi emessi da Roma continuano a rendere circa mezzo punto percentuale in più degli omologhi spagnoli. Le tensioni politiche stanno giocando un ruolo determinante nella lievitazione dello spread italiano rispetto non solo ai bond “benchmark” tedeschi, bensì pure del resto della periferia dell’Eurozona.

Perché con lo spread a 300 punti i BTp si sono mangiati 15 anni contro i Bonos della Spagna

Eppure, di tensioni se ne stanno registrando parecchie pure a Madrid, dove il governo del premier socialista Pedro Sanchez potrebbe dimettersi nei prossimi giorni, fissando le elezioni anticipate per aprile. In carica dalla metà dello scorso anno dopo la caduta del governo Rajoy per una vicenda giudiziaria legata alle tangenti di dirigenti popolari, l’esecutivo si è visto già bocciare il bilancio per quest’anno e se entro domani non trovasse i voti necessari per approvarlo, non potrà che gettare la spugna.

Bilancio a rischio in Spagna

E gli alleati di Podemos, la formazione della sinistra radicale capeggiata da Pablo Iglesias, ha paventato il voto contrario, sostenendo che la manovra finanziaria sarebbe non degna del loro sostegno. Troppo poco per loro l’aumento del salario minimo legale a 900 euro al mese, l’introduzione di un tetto per gli affitti e il congedo per i padri. I socialisti dispongono di appena un quarto dei 350 seggi della Cortes e dipendono per il bilancio anche dai nazionalisti catalani, sul piede di guerra sull’inizio proprio oggi del processo, che essi definiscono “farsa”, a carico di diversi esponenti del governo catalano sulle accuse di secessionismo e distrazione di fondi pubblici.

Domenica, tutte le principali tre formazioni del centro-destra sono scese in piazza per protestare contro le trattative in corso tra Sanchez e Barcellona sulla possibile celebrazione di un secondo referendum per la secessione. I popolari, i centristi di Ciudadanos e la destra euro-scettica e nazionalista di Vox hanno radunato migliaia di manifestanti. Insieme, stando agli ultimi sondaggi, disporrebbero della maggioranza assoluta dei seggi e del 50% dei consensi. Vox è una formazione che si affaccia per la prima volta sul palcoscenico nazionale, dopo avere riscosso un inatteso successo alle elezioni regionali recenti in Andalusia, roccaforte socialista, in cui proprio le tre formazioni hanno inaugurato una inedita maggioranza.

Perché lo spread in Spagna non è esploso come in Italia con la crisi politica 

Insomma, il clima è teso e bisogna ammettere che non sia più una novità, se è vero che nel 2016 sono serviti 10 mesi e due elezioni per formare il nuovo governo, quello guidato dall’ex premier Mariano Rajoy solo grazie all’astensione dei socialisti. Il bipartitismo post-franchista è ufficialmente morto e ha lasciato il posto a un panorama frastagliato all’italiana. Nonostante ciò, i mercati finanziari non ne hanno risentito. Anzi, sembrano avere snobbato quanto accaduto negli ultimi 3 anni e passa. Prendiamo la curva dei tassi spagnoli: risulta più bassa di quella italiana lungo tutte le scadenze. I rendimenti restano negativi fino ai 3 anni, quando già per i nostri BoT a 12 mesi si attestano sopra lo zero. Sui 10 anni, lo spread BTp-Bonos non ha fatto che allargarsi dai 30-50 punti base del periodo antecedente la nascita del governo Conte agli attuali 160-170 bp. I decennali spagnoli oggi viaggiano sull’1,24%, in rialzo di solo qualche punto dai minimi di fine gennaio, ma in crollo di ben 60 bp rispetto a novembre.

Crescono le distanze tra Madrid e Roma

In altri termini, le distanze che separano Roma da Madrid in termini di costi di emissione a medio-lungo termine risultano inferiori a quelle tra Roma e Atene, che superano di poco i 100 bp. Se vogliamo parlare ancora più chiaramente, i mercati trattano i BTp più come se fossero bond della Grecia che non simili a quelli spagnoli. Tutto questo, dicevamo, mentre la Spagna vive una fase politica convulsa e con esiti potenzialmente destabilizzanti. Come mai non si sta riflettendo sugli spread, quando a noi è bastato l’annuncio dell’avvio delle trattative tra Movimento 5 Stelle e Lega per fare schizzare i rendimenti dei BTp?

Aldilà del fatto che nessuna formazione spagnola possegga nitide istanze euro-scettiche – e i consensi di Vox non sarebbero (ancora?) tali da impensierire più di tanto – la chiave di lettura è prettamente economica. La Spagna si è messa alle spalle la crisi e rispetto al 2007 possiede un pil reale del 5,5% più alto, mentre l’Italia del 4,5% più basso. Anche se non ha rispettato il tetto del deficit al 3% fino al 2017, è riuscita già a invertire la rotta sul debito pubblico, il cui rapporto con il pil è sceso di 4 punti rispetto all’apice di oltre il 100% toccato nel 2014. Lo scorso anno, ad esempio, l’economia spagnola è cresciuta del 2,7% e l’OCSE stima un rallentamento al 2,2% per quest’anno, comunque nettamente superiore alla media dell’Eurozona e certamente dell’Italia, che a stento riuscirebbe a schivare il dato negativo.

Va detto che la disoccupazione resta di circa 5 punti superiore a quella in Italia, sebbene a fronte di un’occupazione superiore di quasi 6 punti. E se è vero anche che il sistema bancario spagnolo ha avuto bisogno di aiuti europei nel 2012 per evitare il collasso sulla crisi immobiliare, adesso si mostra patrimonialmente più solido del nostro, con crediti deteriorati del 40% più bassi in rapporto al totale delle erogazioni. Grazie a questi fondamentali, Madrid continua a permettersi una maggiore flessibilità fiscale e i suoi rendimenti anche a lungo termine esibiscono livelli nettamente inferiori a quelli italiani. Il trentennale non supera il 2,45%, -40 bp rispetto ai BTp a 10 anni, quando il BTp 2049 lanciato nei giorni scorsi ha ricevuto sì una domanda record di 41 miliardi, ma ha dovuto offrire agli investitori il 3,91%, quasi l’1,5% in più degli omologhi iberici.

BTp 2049: rendimenti in area 3,90%, ma occhio alla cedola per non restare fregati

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