Perché gli Eurobond, se ci saranno, dovranno essere fortemente condizionati

Li chiamano "Coronavirus bond" e dovrebbero essere emessi dal Fondo salva-stati, ma sarebbero a tutti gli effetti il prototipo degli Eurobond. Ed ecco perché l'assenza di condizioni non sembra possibile.

di , pubblicato il
Li chiamano

In questa fase drammatica di crisi economica provocata dall’emergenza Coronavirus non si sta discutendo più di aiuti sì o aiuti no per l’Italia, semmai di aiuti condizionati o meno. Alla richiesta del premier Giuseppe Conte di far emettere al Meccanismo Europeo di Stabilità i cosiddetti “Coronavirus bond”, i cui proventi andrebbero a finanziare la lunga lista della spesa dei governi dell’area per affrontare questa emergenza, la Germania non ha risposto “nein”, pur essendosi mostrata più incline a consentire che il MES o Fondo salva-stati eroghi aiuti all’Italia senza condizioni o a condizioni molto blande, di portata più teorica che pratica. Ad oggi, resiste strenuamente all’ipotesi l’Olanda, che ritiene che l’attivazione degli aiuti del MES, in forma di prestiti o di obbligazioni, debba avvenire dietro la sottoscrizione di precisi impegni.

Coronavirus bond: richiesta di aiuto dell’Italia al MES drammatica e pericolosa

I Coronavirus bond sarebbero prodromici agli Eurobond, uno strumento di cui si discute da almeno un decennio e al quale Berlino si è sempre opposta con fierezza. Trattasi di emissioni di debito sovranazionale, cioè garantito da tutti gli stati dell’Eurozona. A seconda delle idee sinora lanciate, andrebbero o a finanziare specifici progetti transnazionali o si sostituirebbero progressivamente alle emissioni nazionali, sostanzialmente tramutandosi in un debito comune al posto dei 19 debiti sovrani nazionali nell’unione monetaria.

Il progetto viene respinto dall’asse del Nord Europa per una ragione abbastanza semplice: gli Eurobond, essendo un debito molto sicuro e garantito da tutti, godrebbe della massima fiducia sui mercati e avrebbe rating “AAA”, esitando rendimenti molto bassi. Questi risulterebbero certamente inferiori a quelli ad oggi pagati dagli stati più indebitati, ma un po’ superiori a quelli sborsati dagli stati fiscalmente più virtuosi, come appunto Germania, Olanda, ma anche Austria, Irlanda, Finlandia, etc.

In un certo senso, trasferirebbero ricchezza da nord a sud, in quanto i debiti costerebbero di più ad alcuni e di meno ad altri.

Manca lo stato europeo

La situazione si complica per la diversa gestione fiscale dei 19 stati. Alcuni, come Germania e Olanda, da anni chiudono i bilanci in attivo, altri come Italia, Francia e Spagna li hanno mantenuti in deficit. Dunque, le emissioni di Eurobond andrebbero a finanziare debiti tendenzialmente crescenti per alcuni e piuttosto stabili o finanche decrescenti per altri. Ciò implica il rischio per i contribuenti del nord di finire un giorno a pagare per i debiti accumulati dagli stati del sud. Per quale motivo un tedesco, che da cittadino-contribuente e utente di servizi pubblici ha compiuto sacrifici per mantenere il bilancio statale in ordine, dovrebbe pagare le spese eccessive di un italiano o uno spagnolo?

E qui veniamo proprio al “risk sharing” implicito negli Eurobond. Se uno stato fallisse, gli altri sarebbero costretti a pagare al suo posto. Un po’ com’è avvenuto con la Grecia dopo il 2009. In assenza di un vincolo di nazionalità che si traduca in solidarietà automatica, nessun popolo oggi darebbe mandato al proprio governo di assumersi rischi derivanti dalla condotta non controllabile degli altri stati partner. Del resto, la formula “no taxation without representation” con cui gli abitanti delle colonie americane si ribellarono alla madrepatria inglese con il celebre “Tea Party” di Boston nel 1773 ha dato vita alla liberaldemocrazia moderna. Nessun governo può pretendere la riscossione delle tasse da un cittadino, senza che questi sia rappresentato nelle istituzioni, cioè abbia almeno il diritto di voto attivo.

Coronavirus bond: Frau Merkel apre all’ipotesi dell’Italia, ecco come funzionerebbero

Unione fiscale come processo finale

Gli Eurobond sarebbero una forma potenziale di tassazione a carico dei cittadini di tutta l’Eurozona, relativamente anche ai rischi assunti nei confronti di altri stati, presso i quali non si gode di alcuna rappresentanza.

In altre parole, uno stesso italiano potrebbe in futuro essere chiamato a ripianare i debiti della Spagna, nonostante non abbia mai avuto diritto di esprimersi sulle scelte decisionali di Madrid all’origine dei debiti medesimi. Proprio per questo, se mai gli Eurobond vedranno la luce, non potranno che essere strumenti finanziari emessi dietro condizioni precise, ossia su impegni credibili e formali degli stati membri.

In teoria, il Fiscal Compact nel 2012 nacque con questa prospettiva storica di perseguire l’unione fiscale nel lungo periodo, successivamente alla piena adesione di tutti alle regole prefissate e il cui rispetto porterebbe a una condizione di sostenibilità dei debiti, grazie a conti pubblici ordinati. L’idea che gli Eurobond possano decollare, magari dietro mentite spoglie, senza alcuna condizione allegata alle loro emissioni è del tutto assurda, in assenza di un unico stato-nazione che rappresenti i cittadini dei 19 stati. Il concetto di debito “sovrano” è legato semanticamente a uno stato, che a sua volta è legato, pur non sempre, al concetto di nazione.

Washington emette Treasuries per finanziare la spesa federale a beneficio di tutti i 50 stati membri e questi sono debito a carico di ogni cittadino americano, indipendentemente da dove risieda. I debiti della California, invece, accumulati a beneficio dei soli californiani, non vengono caricati sulle spalle dei texani e viceversa. Non possiamo scindere la figura del beneficiario da quella del responsabile del pagamento di un debito, altrimenti si originano caos e ingiustizia. Se qualcuno crede che gli Eurobond possano diventare un escamotage italiano per sfuggire ai propri debiti, si sbaglia davvero di grosso.

Rischi BTp, la proposta di Bankitalia sugli Eurobond li riduce?

[email protected] 

Argomenti: ,