Per il default in Libano mancano 4 giorni e il bond rende al 5.000%?

Default o salvataggio internazionale? Il Libano non scioglie la riserva, mentre il Parlamento di Beirut segnala l'indisponibilità a pagare la scadenza di lunedì 9 marzo.

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Default o salvataggio internazionale? Il Libano non scioglie la riserva, mentre il Parlamento di Beirut segnala l'indisponibilità a pagare la scadenza di lunedì 9 marzo.

Una decisione sarà presa e annunciata tra domani sera e sabato, ma sono due gli unici sbocchi possibili alla crisi finanziaria del Libano: default o salvataggio internazionale. Lunedì 9 marzo scade l’Eurobond da 1,2 miliardi di dollari e cedola 6,375% (ISIN: XS0493540297), che nelle scorse ore quotava in area 60 centesimi, esitando un rendimento annuale di circa il 5.000%. In pratica, se lo compri oggi e tra 4 giorni il titolo verrà rimborsato al 100%, ti porti a casa un guadagno dei due terzi dell’investimento, che su base annua corrisponde a moltiplicare il valore di quest’ultimo per 50 volte. Il governo nei giorni scorsi aveva chiesto e ottenuto dagli obbligazionisti un periodo di grazia di 7 giorni per la scadenza imminente.

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E’ chiaro che il mercato stia scontando l’ipotesi del default, che potrà essere scongiurata solo dall’erogazione di aiuti del Fondo Monetario Internazionale. Quanti? Tanti. L’ex ministro dell’Economia e già vice-governatore della banca centrale, Nasser Saidi, li ha stimati in 30 miliardi di dollari, a cui aggiungere altri 25 miliardi per sostenere le banche. Queste risultano le più esposte al governo di Beirut tra i creditori e per un ammontare pari al doppio rispetto al loro capitale aggregato.

Dunque, il default sarebbe drammatico, anzitutto, per il sistema bancario. E per due ragioni: esso riceverebbe solo parte dei prestiti erogati allo stato in forma di obbligazioni e i suoi clienti stranieri, negli anni attratti dagli alti tassi d’interesse offerti, resterebbero coinvolti nelle perdite, dandosela a gambe più di quanto non abbiano potuto fare dall’esplosione della crisi politica e finanziaria nell’ottobre scorso, quando furono imposti controlli sui capitali.

Il problema è che le formazioni sciite al governo si mostrano contrarie al pagamento. Lo ha chiarito senza mezzi termini il presidente del Parlamento, Nabih Berri. Trattasi di Hezbollah e del suo stesso partito, il Movimento Abal.

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Parte del governo contro accordo con FMI

Gli sciiti temono che vengano intaccate le già magre riserve valutarie, con la conseguenza che non si disporrebbero più di dollari a sufficienza per importare beni e servizi – e la bilancia commerciale libanese è cronicamente e paurosamente negativa – e che l’atto venga mal compreso dai cittadini, perdendo consenso. Tuttavia, l’alternativa sarebbe far precipitare il Libano in una crisi economica e finanziaria ancora più grave e potenzialmente fatale per l’establishment. L’unica soluzione sarebbe il ricorso agli aiuti dell’FMI, che arriverebbero solo sottoscrivendo un memorandum d’intesa sulle riforme, all’impatto certamente impopolari.

Per questo, Hezbollah ha lanciato un avvertimento all’istituto di Washington nelle scorse settimane: le dure riforme richieste tipicamente per il salvataggio non verranno accettate. Un modo per indicare disponibilità a trattare, ma a patto che non si richiedano sforzi politicamente costosi. Inaccettabile come offerta per chi dovrebbe sborsare decine di miliardi a occhi chiusi e senza avere certezze sulla sostenibilità futura del debito pubblico. Quasi certamente, l’FMI presterebbe denaro solo a patto che i creditori privati subiscano perdite, anche ingenti. Il debito ammontava al 155% nel 2019. Un terzo di esso è contratto in dollari, di cui un terzo risulta in mano agli investitori stranieri.

Superata eventualmente la scadenza di marzo, già il 14 aprile il governo dovrebbe mettere mano nuovamente al portafoglio per 700 milioni di dollari, in relazione al bond con cedola 5,80% (ISIN: XS1052421150), che sulla base della quotazione odierna (46,60), rende all’incirca il 1.100%. Anche in questo caso, si sconta un default quasi certo. L’assenza ad oggi di un accordo con i creditori esteri, i quali – riferiscono gli advisor del governo – pretendono di essere integralmente rimborsati il prossimo lunedì, non depone a favore di una soluzione veloce né con l’insieme degli obbligazionisti, né con l’FMI.

E senza accordo tra le parti, difficile che arriveranno aiuti esterni. L’unica prospettiva credibile è che alla fine gli sciiti al governo capitolino, non avendo alternative, se non politicamente molto più gravi.

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