Per i titoli di stato della Grecia 4 date chiave nel 2020 e fino a 10 miliardi in arrivo

I bond della Grecia rendono quanto quelli italiani e senza nemmeno beneficiare ancora del QE della BCE. Per il 2020 vi saranno almeno 4 date importanti a cui guardare e altrettante emissioni attese.

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I bond della Grecia rendono quanto quelli italiani e senza nemmeno beneficiare ancora del QE della BCE. Per il 2020 vi saranno almeno 4 date importanti a cui guardare e altrettante emissioni attese.

La Grecia si è messa alle spalle l’incubo di un decennio da cancellare. Il 2019 ha segnato la sua riscossa sui mercati finanziari e anche l’economia inizia finalmente a dare cenni di reale ripresa, pur rimanendo di un quarto più piccola rispetto ai livelli pre-crisi.

I rendimenti dei titoli di stato si sono ridotti ai livelli italiani. A tratti, le scadenze medio-lunghe offrono anche meno dei BTp e senza beneficiare del sostegno della BCE, in quanto “non investment grade”. Al momento, il decennale di Atene rende l’1,39%, sostanzialmente quanto il bond italiano, pur arrivando a scadenza 13 mesi prima.

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Gli analisti appaiono molto ottimisti sulle prospettive per l’anno appena iniziato, il quale dovrebbe caratterizzarsi per la Grecia e anche per il Portogallo per gli upgrade multipli attesi dei rispettivi rating sovrani. I titoli ellenici sono valutati “spazzatura” da tutte le principali agenzie: “BB-” per S&P e Fitch, “B1” per Moody’s. Quest’ultima esprime il giudizio più severo, cioè 4 gradini sotto il livello “investment grade” contro i 3 delle altre due agenzie.

Il 24 gennaio, Fitch annuncerà le sue valutazioni sull’outlook e nel caso in cui lo mutasse in “positivo” come S&P, probabile che in data 24 aprile, insieme a quest’ultima proceda ad innalzare il rating sovrano di almeno un gradino. L’8 maggio sarebbe la volta di Moody’s. A seguire, vi sarebbero le date del 23 ottobre per Fitch e S&P e del 6 novembre per Moody’s. In teoria, tutte occasioni buone per migliorare il giudizio sui titoli ellenici e portarli persino in area “investment grade” prima di quanto previsto dal governo di Atene, che si aspetta di uscire dall’inferno intorno alla metà dell’anno prossimo.

Più emissioni, più liquidità

In effetti, anche scontando un gradino alla volta, non sarebbe sufficiente per il ritorno in area IG entro quest’anno, a meno di non immaginare upgrade di almeno due gradini alla volta; non impossibile, ma nemmeno molto probabile.

Di sicuro, il mood resta positivo, tant’è che il Tesoro emetterà anche quest’anno titoli a medio-lunga scadenza, pur non avendone bisogno, disponendo già di liquidità abbondante. Secondo Citigroup, le emissioni sovrane elleniche ammonteranno a 10 miliardi nel 2020, ben al di sopra dei 4-8 miliardi previsti dall’agenzia che gestisce il debito. L’istituto americano si aspetta già a gennaio l’emissione di un bond a 7 anni, di uno a 10 anni a marzo, di un quinquennale a giugno e di un altro decennale a settembre.

Va detto che, per quanto non necessarie per le esigenze di liquidità dello stato, queste emissioni hanno il pregio di rendere più liquidi gli scambi sul mercato secondario, attirando nuovi investitori, sinora spesso rimasti alla finestra proprio per l’impossibilità o l’estrema difficoltà nell’acquistare e, soprattutto, rivendere i titoli prima della scadenza, essendo le transazioni rarefatte e gli spread denaro-lettera ampi. Prendete il decennale con cedola 3% e scadenza marzo 2029 (ISIN: GR0133007204). Alla Borsa di Berlino esibisce un prezzo richiesto di 126,14 e uno offerto di 117,96, pari a uno spread ask-bid di quasi il 7%, molto elevato rispetto a quanto dovrebbe trattare un bond governativo.

Per contro, gli spread appaiono contenuti sulle altre scadenze: 0,5% per il quinquennale febbraio 2025 e cedola 3,375% (ISIN: GR0118017657) e 0,76% per il gennaio 2042 e cedola 4,20% (ISIN: GR0138015814). Sappiamo, infine, che più abbondante la liquidità disponibile in mano al governo, maggiori le garanzie fiutate dagli obbligazionisti per il breve e medio termine. Non a caso, né Atene e né i creditori pubblici sembrano voler intaccare quel gruzzolo di 32 miliardi a fine 2019, pari a circa 17 punti di pil.

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