Panda bond anche in Italia? Così i BTp aprirebbero al mercato dei capitali cinese

Il Tesoro italiano emetterà BTp in yuan? Il Portogallo lo sta già facendo e sarebbe un'operazione di apertura al ricco mercato cinese dei capitali.

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Il Tesoro italiano emetterà BTp in yuan? Il Portogallo lo sta già facendo e sarebbe un'operazione di apertura al ricco mercato cinese dei capitali.

Il Portogallo sta per emettere un titolo di stato sovrano per 2 miliardi di yuan, pari a poco meno di 260 milioni di euro. Trattasi del primo “Panda bond” nell’Eurozona, a conferma dell’avvicinamento di Lisbona alla Cina negli ultimi anni, anche grazie al collasso dei prezzi degli assets finanziari avvenuto a causa della crisi del debito del 2011. Tuttavia, oggi l’economia portoghese sembra avere superato i tempi bui e anche le tensioni finanziarie appaiono un lontano ricordo, se è vero che oggi, ad esempio, i rendimenti a 10 anni dei bond lusitani si attestano su livelli 3 volte più bassi dei BTp di pari durata: 0,86% contro il 2,64%.

La curva delle scadenze esita rendimenti negativi fino ai 4 anni in Portogallo, quando in Italia offre rendimenti positivi già dai 9 mesi.

In effetti, la crescita economica è stata molto più consistente negli ultimi anni in Portogallo, inconsistente in Italia, con il risultato che il pil tricolore rimane inferiore ai livelli pre-crisi. Tornando ai Panda bond, trattasi di emissioni in valuta cinese che puntano a diversificare i mercati di sbocco in fase di raccolta dei capitali. E l’aspetto interessante risiede nel fatto che anche l’Italia è entrata formalmente nell’orbita della cosiddetta “Via della Seta”, avendo firmato da qualche mese il memorandum d’intesa con Pechino. In quell’occasione, la Cassa depositi e prestiti ha ottenuto la possibilità di emettere bond in yuan dalla Banca Popolare Cinese, finalizzati al sostegno degli investimenti delle imprese italiane in Cina.

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BTp in yuan?

Ad oggi, non risulta in programma alcuna emissione sovrana vera e propria in yuan da parte del Tesoro. Eppure, non sarebbe affatto un’iniziativa da scartare in una fase come questa. I BTp rendono più di tutti nell’Eurozona, a parte la Grecia. E anche le distanze con i bond ellenici si stanno riducendo ai minimi termini, a meno di 50 punti base per la scadenza a 10 anni. Pechino, in “guerra” commerciale con l’America di Trump, ha la necessità dal canto suo di diversificare un po’ di più le sue immense riserve valutarie di circa 3.100 miliardi di dollari, di cui per oltre un terzo investite in titoli del debito USA.

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Sinora, due sono state le ragioni per cui le istituzioni cinesi non hanno adocchiato i BTp: il rischio sovrano relativamente elevato e il rischio di cambio. Il primo è e resta il principale fattore di freno per investimenti cospicui, anche perché il rating dei nostri bond risulta troppo basso – appena “BBB” con outlook stabile o negativo – e, peraltro, minacciato di ulteriori declassamenti da parte delle agenzie di valutazione. Quelli portoghesi, per quanto sostanzialmente giudicati rischiosi quanto i BTp, sono da tempo promossi dalle agenzie e, quindi, registrano un trend positivo, contrariamente ai nostri.

Il rischio di cambio, invece, verrebbe meno con le emissioni in yuan, attenuando le preoccupazioni dell’investitore sovrano cinese. E nel caso in cui l’euro si rafforzasse entro la scadenza dei titoli emessi dal Tesoro, il capitale che questi rimborserebbe in yuan peserebbe di meno sui conti pubblici, per cui si prenderebbero due piccioni con una fava: aumento complessivo della domanda per i nostri BTp, a beneficio del rendimento medio esitato alle aste; riduzione dei costi effettivi a carico del Tesoro, grazie all’apprezzamento atteso per l’euro con la graduale normalizzazione monetaria dei prossimi anni da parte della BCE. Se solo l’1% delle riserve cinesi venisse investito in BTp, la domanda lieviterebbe di 27-28 miliardi, oltre il 10% delle nostre emissioni medie annuali a medio-lungo termine. E fungerebbe da ottimo segnale anche per il resto delle piazze finanziarie.

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