ORO ALLA PATRIA. Il caso Venezuela, e gli effetti sulle obbligazioni venezuelane

S&P declassa il Venezuela a B+, e Chavez riporta le riserve aurifere a casa per sostenere il debito

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S&P declassa il Venezuela a B+, e Chavez riporta le riserve aurifere a casa per sostenere il debito

Le obbligazioni venezuelane continuano a offrire rendimenti da favola in un mercato globale caratterizzato da interessi bassissimi in cui i problemi di solvibilità sembrano riguardare in questo momento gli stati europei super indebitati e non il Venezuela.

Indice venezuelano confrontato con l'S&P500

La borsa valori di Caracas ha offerto una performance invidiabile raddoppiando di valore in tre anni e senza accusare minimamente il colpo inferto dal recente attacco speculativo in Europa e negli USA. Anche le obbligazioni nazionali e quelle della compagnia petrolifera statale PDVSA viaggiano ormai intorno al 15% di rendimento annuo senza peraltro dare sintomatici segni di cedimento. Ma quanto potrà durare ancora questo eldorado per chi ha deciso di investire nel debito del paese caraibico? Finora il Venezuela è riuscito a garantire il pagamento dei lauti interessi delle proprie emissioni confidando nelle esportazioni di petrolio a prezzi superiori ai 100 dollari al barile, ma da un  po’ di tempo a questa parte, con una seconda recessione economica mondiale alle porte e il prezzo del petrolio poco sopra gli 80 dollari, le prospettive economiche stanno lentamente cambiando e le entrate valutarie venezuelane registrano una progressiva contrazione. Ecco quindi che il governo di Chavez è corso ai ripari.   LE RISERVE AURIFERE

Hugo Chavez

Il 18 Agosto il leader rivoluzionario ha annunciato la decisione di rimpatriare 11 miliardi di dollari di riserve valutarie detenute nelle banche occidentali, oltre a svariate tonnellate di oro (si parla già di un imminente rientro di 100 tonnellate di metallo giallo detenuto da 30 anni presso la Banca d’Inghilterra, quasi un quarto dell’intera riserva nazionale). Ciò non sarebbe che l’inizio di un poderoso spostamento di risorse a garanzia di un debito sovrano che è strettamente legato alle sorti del prezzo del greggio e alla politica nazionalista di Chavez. La notizia del rimpatrio dei capitali precede solo di 24 ore quella del taglio del rating a lungo termine sul debito venezuelano da BB- a B+ da parte di Standard & Poor’s, la cui affidabilità di giudizio ultimamente è stata messa in discussione da più parti, ma che rappresenta pur sempre un segnale di allarme in un momento in cui i mercati di tutto il mondo stanno andando a rotoli. C’è chi sostiene che il rimpatrio aurifero e di riserve nelle casse centrali di Caracas sia volto a fornire ulteriori garanzie a paesi come Cina e Russia che hanno concesso al Venezuela linee di credito più favorevoli rispetto alle condizioni tradizionalmente offerte dalle banche occidentali. La Cina, in particolare, lo scorso anno aveva siglato accordi per l’erogazione di 20 miliardi di dollari a Chavez in cambio di forniture petrolifere dirette, quasi in via esclusiva al punto che il dittatore aveva progettato la costruzione in Honduras di un canale parallelo a quello di Panama per non pagare il pedaggio agli Stati Uniti e una ferrovia superveloce attraverso la Colombia per avere accesso diretto al Pacifico. Ma c’è anche chi, più realisticamente, pensa che tale manovra sia dettata da ragioni economiche: il calo del prezzo del petrolio e lo spettro di una nuova recessione mondiale rischiano di rendere il debito venezuelano difficilmente sostenibile in futuro, ragion per cui Chavez è stato costretto ad accentrare a Caracas tonnellate di oro proprio in un momento in cui il metallo giallo ha raggiunto quotazioni stellari e nel timore che l’Inghilterra, con le sue difficoltà politiche ed economiche, possa fargli qualche scherzo. Una mossa che è stata accompagnata anche dalla repentina nazionalizzazione delle imprese estrattive (per evitare esportazioni illegali) e dalla decisione da parte della Banca Centrale della Nazione di richiedere anticipatamente alla PDVSA il rimborso 1,5 miliardi di dollari attraverso l’emissione di un bond decennale al 12,75% a carico dell’impresa statale. Mossa che servirà senz’altro a tamponare il calo delle entrate in valuta pregiata in previsione di un ulteriore calo della domanda mondiale di greggio – come sostengono gli analisti – giusto il tempo necessario per presentarsi alle elezioni nel dicembre del 2012 con le finanze in tenuta stagna e potenziare una valuta locale iperinflazionata (il cambio è 5,3 bolivar per dollaro) per sostenere i programmi sociali in vista dell’appuntamento elettorale. Poi si vedrà.   LE OBBLIGAZIONI Le ripercussioni sul mercato obbligazionario non si sono comunque fatte attendere, anche se la prima impressione è che i bond venezuelani abbiano retto il colpo del downgrade (già scontato) di S&P, in parte puntellato dalla decisione del rimpatrio di riserve di oro in patria. Infatti, i rendimenti a breve delle emissioni in dollari non hanno subito particolari variazioni di prezzo, mentre sulla parte lunga della curva le preoccupazioni si sono fatte sentire maggiormente. Recentemente è stato collocato sul mercato alla pari un bond da 4,2 miliardi di dollari con durata ventennale e cedola dell’11,95% che offre un rendimento del 15,5% e prezza adesso meno di 80. Questa obbligazione, la più grande nella storia venezuelana, è andata in parte a rimborsare un’emissione da un miliardo di euro all’11,125% scaduta a fine Luglio e in parte a finanziare altro debito pubblico col risultato di aver incrementato il debito statale del 14% e di aver depresso le quotazioni dei bond che andranno a scadere prima del 2031. E infatti l’obbligazione 2022 al 12,75%  da 3 miliardi collocata solo un anno fa, rende adesso il 16,3 quasi un punto percentuale in più di quella appena emessa a fronte di una scadenza più corta di nove anni. Cosa significa questo? Significa che il rischio insolvenza del Venezuela c’è ed è aumentato, ma non è dietro l’angolo, come molti temono, e non è strettamente legato all’esito delle elezioni presidenziali del dicembre 2012. Il problema è di tutt’altra natura poiché il debito statale dipende strettamente dalle quotazioni del petrolio e dalla domanda di greggio mondiale, ma soprattutto di quella cinese. Adesso come adesso, infatti, il prezzo del petrolio, a differenza di tre anni fa quando ci fu la crisi derivante dai mutui subprime americani, è determinato dalla domanda di greggio proveniente dalla Cina, le cui richieste aumentano di oltre il 5% all’anno. La Cina, d’altro canto, adesso strettamente legata a Chavez, è in grado di fornire al Venezuela quei dollari che occorrono al governo di Caracas per sostenere in debito interno a tassi più vantaggiosi.   Per approfondire

  1. Operativo Titoli di Stato Venezuelanithread di discussione all’interno del nostro Forum, nella sezione Obbligazioni, Bond e Titoli di stato

 

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