Ora che i bond in lire turche sono crollati compriamo quelli in dollari?

Obbligazionario al collasso in Turchia tra tensioni geopolitiche e mancato rialzo dei tassi. Vediamo cosa succede alle emissioni in dollari di Ankara.

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La crisi dei bond turchi si aggrava

Il tracollo finanziario per la Turchia si fa ogni giorno più nitido. La lira turca è scivolata ai nuovi minimi storici contro il dollaro americano, scambiando oggi a 8,23 e perdendo quasi il 28% quest’anno. Dallo scorso mercoledì, prima dell’ultima riunione della banca centrale, si è deprezzata di oltre il 5%. Male anche l’obbligazionario domestico. Il bond a 10 anni ha visto esplodere il rendimento al 14,53%, ai massimi da 13 mesi e a +160 punti base in appena una settimana. Stesso destino per la scadenza a 2 anni, che oggi offre il 14,47% circa 100 punti base in più in 7 giorni e ai massimi da oltre un anno.

Così la Turchia spegne le speranze di recupero per i bond

A trascinare obbligazioni e cambio giù sono due fattori concomitanti: le tensioni geopolitiche e la banca centrale. Quest’ultima ha tenuto i tassi d’interesse invariati, nonostante l’inflazione continui a sostare sopra di essi di circa un punto e mezzo percentuale. Analisti e investitori si aspettavano una nuova stretta come a settembre, così da portare il costo del denaro all’incirca sui livelli dell’inflazione. Ancora una volta, l’istituto ha confermato di non avere mani libere in politica monetaria, dovendo dare conto al governo del presidente Recep Tayyip Erdogan.

E proprio il capo dello stato sta inasprendo le relazioni diplomatiche con l’Occidente. Ha invitato con toni di sfida gli USA a sanzionare la Turchia dopo le minacce arrivate dalla Casa Bianca sui suoi rapporti con la Russia e il suo sostegno all’Azerbaijan nel conflitto contro l’Armenia. E al contempo ha più volte insultato il presidente francese Emmanuel Macron, esortandolo a farsi curare, in quanto preda di una “malattia mentale”.

Il riferimento è alle dichiarazioni dell’Eliseo contro l’estremismo islamico in Francia, tornato a colpire con lo sgozzamento di un docente di 47 anni per mano di un ragazzino.

E il debito in dollari?

La fuga dei capitali in Turchia è diventata una cosa seria. Dopo appena due anni dall’ultima crisi finanziaria, gli investitori sono tornati a darsela a gambe dal mercato anatolico. In queste condizioni, difficile anche solo prendere in considerazione un investimento in assets denominati in lire turche. Ad oggi, non sembra esservi alcun “floor” per il cambio. E il debito sovrano espresso in dollari? La scadenza a 5 anni, 5 febbraio 2025 e cedola 7,375% (ISIN: US900123AW05) oggi rende quasi il 6,35%, mentre quella a 10 anni, 15 gennaio 2030 e cedola 11,875% (ISIN: US900123AL40) meno del 6,50%.

Si tratta di livelli di rendimento interessanti, se confrontanti con quelli magrissimi ormai offerti anche dai Treasuries americani. E ci esporremmo a un rischio di cambio contenuto, cioè legato alle variazioni dell’euro-dollaro. Tuttavia, il rischio sovrano non andrebbe sottaciuto. Ankara ha riserve valutarie inferiori ai 43 miliardi di dollari, a fronte di esposizioni della sua economia nel suo complesso ben superiori per il breve termine. Per ripagare questi debiti serve valuta estera in cassa, che la banca centrale ha sempre meno, a causa del cronico e potente deficit delle partite correnti. Considerate che a inizio anno, ancora disponeva di riserve valutarie per quasi 80 miliardi.

Questo significa che la lira turca, per quanto deprezzata sia, non riesce ancora a rendere competitiva l’economia domestica, anche perché da una parte i beni turchi sui mercati esteri si comprano per meno, dall’altro produrli in patria costa di più proprio per il collasso del cambio. E i capitali non vogliono sentirne di essere impiegati in assets destinati a svalutarsi in breve tempo. Dunque, cautela anche per i bond in valute estere forti, euro compreso.

L’ira di Erdogan affossa la lira turca

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