Obbligazioni societarie, è boom di titoli “spazzatura” ed emergenti: Italia ferma al 5%

L'OCSE lancia l'allarme sul mercato globale dei corporate bond, a causa del boom delle emissioni nell'ultimo decennio, specie nei paesi emergenti. E crescono i titoli "spazzatura" in circolazione.

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L'OCSE lancia l'allarme sul mercato globale dei corporate bond, a causa del boom delle emissioni nell'ultimo decennio, specie nei paesi emergenti. E crescono i titoli

L’OCSE lancia un monito sul mercato dei corporate bond, le obbligazioni societarie, che nell’anno 2018 sono salite nel mondo al controvalore totale di quasi 13.000 miliardi di dollari, praticamente raddoppiando il dato del 2008. Nel dettaglio, le società con sede nei paesi avanzati risultano avere emesso 10.170 miliardi di dollari, il 70% in più rispetto ai 5.970 miliardi di 11 anni fa.

Quelle con sede nei paesi emergenti, invece, hanno quasi quintuplicato il debito emesso in forma obbligazionaria, portandolo a 2.780 miliardi, in conseguenza di emissioni medie che sono passate dai 70 miliardi annui nel periodo pre-crisi all’apice di 711 miliardi nel 2016, sebbene l’anno successivo registrassero già un crollo del 29%. La crescita vi è stata anche per i paesi emergenti, ma in misura minore: dai quasi 900 miliardi all’anno fino ai 1.500 miliardi nel 2017, salvo arretrare a 1.200 miliardi nel 2018.

E se adesso i bond “spazzatura” sono diventati più appetibili con la fine del QE?

Altro aspetto non meno significativo risiede nella crescita esponenziale del mercato dei bond “junk” o “spazzatura”. Trattasi dei titoli declassati dalle agenzie di valutazione a un rating speculativo o “non investment grade”, ossia inferiore a “BBB-“. Entro quest’anno, tenendo conto del ritmo dei “downgrade”, l’organizzazione calcola in 274 miliardi la crescita di questi titoli dal merito creditizio scarso. Lo scorso anno, le emissioni di bond negli USA hanno ammontato al 35% del totale nel mondo a quota circa 650 miliardi, quelle in Europa solo al 20% a 385 miliardi. L’Italia incide su quest’ultima fetta per la media annua del 5%, stabile rispetto ai livelli pre-crisi, così come stabile appare la quota della Germania, ma su livelli doppi dei nostri.

Cosa deduciamo da queste cifre? I bond emergenti incidono per il 21% delle emissioni totali sul mercato. Da qui ai prossimi 3 anni, sempre secondo l’OCSE, dovranno essere rifinanziati nel mondo 4.000 miliardi. Il problema? Ciò avverrà verosimilmente in un contesto macroeconomico in rallentamento e con una politica monetaria delle banche centrali più restrittiva, rendendo i debiti societari più onerosi e il mercato dei bond “spazzatura” più difficile da assorbire.

E date le cifre in gioco, gli effetti di eventuali tensioni nei paesi emergenti, dove nel corso dei primi anni dallo scoppio della crisi del 2008 si è registrato un boom di emissioni in valute estere (dollari, euro, etc.), rischiano di essere globali, anche perché nell’ultimo decennio gli investitori americani hanno acquistato titoli esteri a una media annua di 200 miliardi, quelli europei per 500 miliardi.

Emergenti e “junk” prossimi problemi globali

In altri termini, chi direttamente e chi tramite fondi, un po’ tutti abbiamo in portafoglio bond emergenti e persino con rating bassi, in quanto l’accomodamento monetario globale ha spinto gli investitori, istituzionali soprattutto, a cercare livelli di rendimento minimamente accettabili assumendosi rischi sempre più elevati. Tuttavia, la stretta monetaria avviata dagli USA alla fine del 2015 ha già creato scompiglio sui mercati emergenti, provocando il crollo delle rispettive valute contro il dollaro mediamente del 15% in appena un anno e mezzo (tra agosto 2014 e gennaio 2016), salvo recuperare da allora. Cosa accadrà quando ad alzare i tassi sarà la BCE? Ci sarà un secondo shock per gli emittenti di questi mercati? A dire il vero, le preoccupazioni sarebbero attutite dalla previsione di una Federal Reserve tendenzialmente meno restrittiva di quanto ci fossimo attesi fino a qualche mese fa, con i tassi americani ad essere ritoccati verosimilmente al rialzo fino a un massimo di un paio di volte ancora e magari per essere tagliati a partire dal 2020 o 2021.

Carry trade, come fare affari con la crisi delle emergenti

Tutto bene? Insomma. Se la Fed taglierà i tassi o almeno cesserà di alzarli, sarà per il rallentamento atteso dell’economia americana, che a sua volta riflette una congiuntura internazionale meno favorevole e si riversa negativamente su di essa, date le sue dimensioni enormi. E saranno dolori per i bond emergenti, che negli ultimi 10 anni sono mediamente più che raddoppiati di prezzo. Le tensioni potenziali non risparmierebbero nemmeno i bond “junk”, se è vero che quelli stessi americani hanno reso in media quasi il 180% nell’ultimo decennio, con i relativi rendimenti ad essere precipitati dal 20% all’attuale 6,6%, appena 400 punti base in più rispetto ai Treasuries.

Basterà un simile spread a soddisfare gli investitori quando l’avversione al rischio si farà maggiore con l’arrivo di una eventuale crisi?

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