Obbligazioni saudite a tassi contenuti: ecco scadenze e condizioni

Bond dell'Arabia Saudita in dollari ed emessi per scadenze lunghe. Così, il regno punta al mercato dei capitali stranieri e viene premiato con rendimenti, tutto sommato, bassi.

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Bond dell'Arabia Saudita in dollari ed emessi per scadenze lunghe. Così, il regno punta al mercato dei capitali stranieri e viene premiato con rendimenti, tutto sommato, bassi.

Martedì, l’Arabia Saudita ha emesso obbligazioni sovrane internazionali per un controvalore di 5 miliardi di dollari. Il regno punta quest’anno a rifinanziarsi sui mercati per un totale di 32 miliardi, di cui 12 per pagare debiti in scadenza. Dei restanti 20 miliardi (debito netto aggiuntivo), ci si aspetta che quasi la metà (45%) saranno emissioni sui mercati esteri, cioè sostanzialmente in dollari USA.

Tre le tranche collocate questa settimana, rispettivamente con scadenza a 7, 12 e 35 anni. Malgrado le tensioni nel Golfo Persico, la domanda è stata molto alta e pari a 23 miliardi, oltre 4 volte e mezza l’offerta.

Nei dettagli, l’importo della tranche a 7 anni è stato di 1,25 miliardi e ha esitato un rendimento del 2,54%, +85 punti base sopra il Treasury di pari durata. La tranche a 12 anni è stata emessa per 1 miliardo e a un rendimento del 2,88%, pari a +110 bp sopra il Treasury. Infine, 2,75 miliardi sono stati raccolti tramite la tranche a 35 anni, la più longeva del regno. Il rendimento è stato del 3,84%. Gli spread sono considerati relativamente bassi, specie data la tempistica dell’emissione, a poche settimane dall’esplosione della tensione tra USA e Iran. In media, la curva saudita offre meno di 140 punti base in più di quella americana.

Ad attirare gli investitori sono stati certamente i rendimenti relativamente elevati per un’emissione in dollari. L’Arabia Saudita, poi, vanta un rating elevato (“A” per Fitch, “A-” per S&P e “A1” per Moody’s), pur avendo subito svariati declassamenti negli ultimi anni, a seguito del deterioramento dei suoi conti pubblici con il tracollo delle quotazioni del petrolio. Ad ogni modo, parliamo di un’economia che dispone ancora di riserve valutarie per 500 miliardi di dollari, corrispondenti a quasi i due terzi del pil e a oltre 3 volte e mezza le importazioni annuali. E si consideri che il debito pubblico saudita si attesta ancora intorno a un quinto del pil, per cui la sua sostenibilità sarebbe fuori dubbio, pur a fronte di ampi deficit registrati dal 2014, con il disavanzo fiscale per quest’anno atteso al 6,5% del pil.

Intatta la fiducia dei mercati verso Riad

E’ chiaro che la performance delle obbligazioni saudite, al netto delle tensioni geopolitiche, risenta soprattutto dell’andamento del petrolio sui mercati internazionali, essendo questa la principale materia prima su cui si fonda l’economia domestica. Nel 2019, Riad ha emesso bond in dollari ed euro per $13,4 miliardi, la cifra più alta sui mercati emergenti dopo la Turchia. E l’ultimo suo Eurobond – così sono chiamati i titoli emessi secondo standard internazionali – risale a ottobre, quando ha raccolto 2,5 miliardi attraverso un “sukuk”, le obbligazioni compatibili con la Sharia, la legge islamica che formalmente vieta di prestare denaro dietro interessi.

E come dimenticare l’emissione da capogiro di obbligazioni da parte di Aramco, la compagnia petrolifera statale, che nella primavera scorsa ha per la prima volta raccolse capitali sui mercati per 12 miliardi, ricevendo ordini superiori ai 100 miliardi? La stessa compagnia si è quotata in borsa a dicembre, dando vita all’IPO più grande di sempre con 29,4 miliardi di dollari raccolti per appena l’1,725% del capitale ceduto ai privati. E questo è avvenuto a poche settimane dall’attacco subito dall’Iran con un drone, che ne ha compromesso la metà delle estrazioni nel breve termine, mentre è di questo inizio anno il raid americano che ha ucciso il generale iraniano Qassem Souleimani, scatenando forti tensioni nell’area.

Niente sembra, tuttavia, intaccare la fiducia degli investitori verso il regno sunnita, data la forte stabilità finanziaria di cui gode, non da ultimo grazie a un “peg” ultra-trentennale con il dollaro e grande arma potenzialmente nelle mani di Riad per rimettere in sesto i conti pubblici, a mali estremi. L’abbandono del cambio fisso alzerebbe il controvalore (in rial) delle esportazioni petrolifere (in dollari) e darebbe così una mano alle entrate fiscali. Forse, anche per questo i mercati non appaiono turbati dall’esplosione del deficit dal 2014, consapevoli che la monarchia assoluta non avrebbe esaurito tutti gli strumenti a sua disposizione per fare cassa, in attesa che venga attuata la “Vision 2030” con cui il Principe Mohammed bin Salman intende ridurre la dipendenza dell’economia dal greggio.

giuseppe.timpo[email protected] 

 

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