Obbligazioni Lehman Brothers: in arrivo i primi (magri) acconti

Rimborsi a tranches per gli obbligazionisti rimasti coinvolti nel crack della banca Usa. Il piano, che dovrà essere approvato dai creditori, prevede un recupero del 30% circa in tre anni. Molti risparmiatori stanno facendo causa alle banche

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Rimborsi a tranches per gli obbligazionisti rimasti coinvolti nel crack della banca Usa. Il piano, che dovrà essere approvato dai creditori, prevede un recupero del 30% circa in tre anni. Molti risparmiatori stanno facendo causa alle banche

Il fallimento della Lehman Brothers tre anni dopo – A distanza di tre anni dal default della Lehman Brothers, stanno per arrivare i primi rimborsi per gli obbligazionisti rimasti incastrati in quella che è stata definita la più grande bancarotta della storia mondiale. Più di 600 miliardi di dollari andati in fumo dalla sera alla mattina e migliaia di risparmiatori piccoli e grandi rimasti intrappolati come topi. In Italia, sono almeno 40.000 le persone che detengono obbligazioni Lehman Brothers e che si sono insinuate al passivo allo scopo di recuperare qualcosa dalla procedura fallimentare americana.

Lehman Brothers rimborsi ultime notizie – Sul default della terza più grande istituzione finanziaria americana si sono scritti e si stanno spendendo ancora fiumi di parole, ma adesso la novità è che, dopo tre anni, si è arrivati alla formulazione di un piano che prevede parziali rimborsi del credito iniziale tra il 2012 ed il 2014 secondo un progetto recentemente elaborato dalla società andata in “Chapter 11” (l’equivalente della nostra amministrazione controllata) a metà settembre del 2008 e omologato dal tribunale fallimentare di New York. Tale piano, se approvato dalla maggioranza dei creditori, prevede in sostanza la distribuzione di una somma di denaro compresa fra il 27 e il 32% del valore nominale dei titoli obbligazionari finiti in default. Una cifra non distante da quella che – secondo gli esperti – era sin dall’inizio la previsione di recovery dopo il crack di Lehman Brothers. In questi giorni, infatti, le banche stanno contattando i singoli clienti per chiedere loro di esprimere il proprio voto perché il piano è soggetto all’approvazione degli obbligazionisti che si sono insinuati al passivo. Si tratta più che altro di una mera formalità – spiegano dall’ufficio studi di Deutsche Bank – poiché il piano verrà approvato senz’altro, dato che la maggioranza dei grossi creditori (quelli che hanno rastrellato obbligazioni a pochi centesimi dopo il default e ora ci guadagnano sopra una barca di soldi) è favorevole.

Non partecipare al voto quindi non pregiudica nulla. 

Rimborsi obbligazioni Lehman Brothers

RIMBORSI COL CONTAGOCCE In particolare, i possessori di bond Lehman Brothers dovrebbero cominciare a ricevere all’inizio del 2012 un acconto del 17% in dollari sul valore nominale del credito a cui si aggiungerà un conguaglio del 15% o forse qualcosina in più. Questo perché occorre molto tempo ancora per passare in rassegna e verificare con attenzione tutti i “claims” che sono stati presentati al Trustee della banca americana e che dovranno essere approvati dal tribunale federale, oltre al fatto che non è ancora quantificabile con precisione (e forse mai lo sarà) l’ammontare degli attivi che potranno essere distribuiti a tutti creditori. A ciò occorre anche sottrarre le laute parcelle degli avvocati e le spese procedurali di giustizia che ammontano a centinaia di milioni di dollari e che, oltre ad aver gonfiato le tasche di studi legali e professionali specializzati hanno arricchito e stanno arricchendo ingiustamente migliaia di persone sulle spalle dei malcapitati bondholders. Per cui, è lecito presupporre che occorreranno ancora diversi anni prima di porre la parola fine al piano di recovery di Lehman Brothers e non è escluso che nel frattempo la banca possa risorgere dalle ceneri, in versione “small” ovviamente, per quotarsi nuovamente a Wall Street e raccogliere nuovi mezzi freschi. Il che sarebbe dimostrato dal fatto che l’istituto di credito detiene ancora un grosso patrimonio immobiliare (si stima di oltre 20 miliardi di dollari) che gli è stato impedito di vendere ufficialmente per non affossare ulteriormente il mercato. Appare comunque difficile – come ha riportato Bloomberg alcune settimane fa – che Lehman Brothers possa tornare in borsa una volta risanate le sue principali attività in un periodo difficile come questo per la finanza, tuttavia se ciò dovesse succedere è possibile che agli obbligazionisti possa essere offerta una tranche di recovery anche sottoforma di azioni, magari più generosa rispetto all’attuale percentuale cash prevista dal piano.

ACCONTI PIU’ BASSI PER CHI SI E’ AFFIDATO ALLE BANCHE  Supposto, quindi, che per gli obbligazionisti che si sono insinuati al passivo occorrerà attendere ancora qualche anno per vedersi consegnare altre briciole dopo l’acconto che verrà assegnato nei primi mesi del 2012, i problemi non finiscono qui. Sembra infatti che Lehman Brothers, o meglio Lehman Brother Treasury (Lbt), la controllata emittente europea di gran parte dei titoli emessi anche in Italia, abbia posto dei paletti distinguendo fra creditori di serie A e creditori di serie B. In pratica, chi aveva più di 50mila obbligazioni Lehman Brothers si vedrebbe riconoscere nel 2012 un acconto del 12-13%, mentre per coloro che detenevano meno di 50mila obbligazioni, un acconto del 17%, salvo poi ricevere nelle successive tranches una maggiore percentuale di rimborso che, alla fine, tutto sommato, sarà uguale per tutti. Questo perché la legge americana – spiega uno studio legale che ha seguito l’insinuazione al passivo per i clienti di ING Group – agevola i piccoli creditori, possessori di non più di 50mila bond emessi da società veicolo o controllate da compagnie americane diverse dalla casa madre. Lbt è infatti una società olandese che aveva collocato per conto di Lehman Brothers Holding obbligazioni garantite dalla banca americana. Pertanto, volente o nolente, la distinzione formalmente implica un diverso trattamento per i creditori. Per cui chi in passato ha fatto l’insinuazione al passivo per obbligazioni di valore nominale inferiore a 50mila dollari (investitori individuali) riceverà fra pochi mesi un primo accredito in conto corrente di 17mila dollari, mentre chi (e sono molti) si è affidato alle banche, anche per valori di poche migliaia di obbligazioni, si vedrà accreditare un acconto inferiore, poiché l’insinuazione al passivo effettuata dagli intermediari che hanno raccolto le adesioni dei creditori è collettiva e supera, nella stragrande maggioranza dei casi, il quantitativo minimo dei 50mila dollari. Non è un problema da poco se si pensa al danno inizialmente subito da molti risparmiatori italiani direttamente o indirettamente attraverso la sottoscrizione di quote di fondi o polizze assicurative che avevano in pancia titoli Lehman Brothers, e a quanto dovranno attendere ancora per arrivare a un recovery del 30% circa. Certamente l’intenzione degli istituti di credito era quello di agevolare le complesse procedure di insinuazione dei crediti e di evitare il più possibile il rischio che i risparmiatori gli facessero causa. Di fatto, però, chi si è rivolto alla propria banca risulta adesso penalizzato rispetto a chi ha proceduto individualmente. Come si suol dire, chi fa da sé fa per tre. 

AUMENTANO LE CAUSE CONTRO GLI ISTITUTI ITALIANI Tutto qui dunque? Niente affatto.

Per recuperare qualcosa di più dalle obbligazioni Lehman Brothers finite in default c’è anche la possibilità per i risparmiatori di fare causa alla propria banca collocatrice dei bond. Con la possibilità, magari, di guadagnarci sopra fra rimborsi e risarcimenti. Ovviamente ciò non costituisce garanzia di successo, poiché spesso le banche italiane si tutelano facendo firmare ai sottoscrittori liberatorie e documenti che sollevano l’istituto da ogni rischio legato all’andamento degli investimenti proposti. Tuttavia, a differenza che per i casi di Parmalat, Cirio o Argentina, è molto probabile che gli istituti di credito non abbiano richiesto particolari liberatorie ai loro clienti per le obbligazioni Lehman Brothers poiché tali titoli erano considerati molti sicuri, godevano dei migliori rating delle agenzie internazionali e, soprattutto, erano inseriti nella lista “patti chiari”, costituita appunto dalle banche italiane con lo scopo di promuovere la qualità e l’efficienza del mercato, e quindi strumento di ulteriore garanzia per il sottoscrittore. In alcuni tribunali italiani – fa osservare l’Associazione per i diritti dei consumatori (Aduc) – i risparmiatori stanno infatti ottenendo diverse vittorie contro gli istituti di credito che hanno venduto obbligazioni Lehman Brothers ai loro clienti. Le cause sono in vertiginoso aumento.  Si stima che almeno la metà dei risparmiatori italiani abbia avviato un contenzioso o stia per farlo visto il danno e la beffa dei rimborsi da parte di Lehman Brothers, al punto che molti istituti di credito stanno cercano di accordarsi per una transazione extragiudiziale pur di evitare pesanti condanne. Ovviamente, però, è bene tenere sempre presente che – prosegue l’Aduc – ciò non costituisce una regola poiché ogni caso va valutato a sé e occorre sostenere spese legali spesso a volte onerose prima di arrivare a una sentenza definitiva o a un accordo, tenuto conto anche che da quest’anno è obbligatorio tentare la conciliazione prima di approdare in tribunale con ulteriore aggravio di costi. E’ quindi bene affidarsi a professionisti qualificati o alle varie associazioni di categoria e valutare attentamente costi e benefici prima di procedere.

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