Obbligazioni ‘junk’ ad alto rendimento: cedola anche al 12%, pesa l’effetto stigma

Anche in un mercato a tassi zero esistono diverse obbligazioni ad alto rendimento con cedole a doppia cifra. C'entra la reputazione.

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Obbligazioni ad alto rendimento

Chi vi ha detto che non esistono più le obbligazioni ad alto rendimento? E’ vero, da anni le cedole non fanno che rimpicciolirsi e i prezzi che salire. Le banche centrali stampano moneta come non vi fosse un domani, la liquidità sui mercati è sempre più alta, specie con la pandemia, per cui diventa molto difficile spuntare un qualche buon accordo per portare a casa asset sufficientemente redditizi. Peraltro, negli ultimi mesi persino le obbligazioni cosiddette “spazzatura” o “junk” negli USA e in Europa mediamente stanno offrendo rendimenti inferiori ai rispettivi tassi d’inflazione.

Eppure, proprio tra queste si nascondono alcune buone occasioni o almeno tali in apparenza. A luglio, la compagnia petrolifera scandinava Ithaca Energy ha emesso obbligazioni ad alto rendimento in dollari: scadenza luglio 2026 e cedola 9% (ISIN: USG49774AB18). Al momento, la quotazione di questo titolo è scesa sotto la pari, a meno di 99 centesimi. Il rendimento lordo è così salito al 9,50%.

L’effetto stigma sulle obbligazioni ad alto rendimento “sporche”

Se vi sembrano cifre alte, sappiate che all’inizio dell’anno Talos Energy ha collocato sul mercato un bond in dollari di durata sempre quinquennale e con cedola del 12% (ISIN: USU83037AA61). Come mai livelli di rendimento così stellari? Anzitutto, perché si tratta di obbligazioni “non investment grade”, per cui il rischio teorico di credito è altissimo. Secondariamente, pesa il cosiddetto effetto stigma.

Il mercato non vede di buon occhio gli investimenti dei fondi in asset “sporchi”, cioè emessi da società che impattano negativamente sull’ambiente. La sensibilità sul tema si è andata facendo sempre più spiccata. E così, la domanda per le obbligazioni nel settore oil & gas non è più scontata tra gli investitori istituzionali.

Solo rendimenti imperdibili nei fatti costringono una buona fetta di questi a buttarsi nell’affare, superando il costo derivante dal danno reputazionale. Del resto, viviamo nell’era dei green bond, veri o fasulli che siano. Tutti vogliono contribuire a difendere l’ambiente o almeno apparire intenti a farlo.

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