Obbligazioni e titoli di stato saranno premiati dai pensionati coreani?

Il fondo pensionistico sudcoreano punterà maggiormente sul mercato obbligazionario straniero, sul quale riverserà decine di miliardi di dollari di maggiori investimenti.

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Il fondo pensionistico sudcoreano punterà maggiormente sul mercato obbligazionario straniero, sul quale riverserà decine di miliardi di dollari di maggiori investimenti.

Per la prima volta dal 2009, il National Pension Service della Corea del Sud nel 2018 ha esitato un bilancio annuale negativo, chiudendo a -0,92%. Il fondo pensionistico pubblico di Seul ha mostrato una performance molto migliore di quella del giapponese GPIF al -7,7% o dell’olandese ABP al -2,3%.

E già nel primo trimestre di quest’anno ha più che compensato il “buco”, chiudendo a +4,8%, grazie alla risalita del mercato obbligazionario e di quello azionario nei mesi passati. Resta il fatto che il fondo sudcoreano si sia mostrato nell’ultimo decennio meno virtuoso di tanti altri, esitando un rendimento medio annuo del 5,51%, migliore del 4,3% del GPIF, ma molto meno dell’8,73% del Canada Plan Investment Board e dell’8,69% del concorrente norvegese.

Rendimenti dei BTp fin troppo appetibili per i fondi pensione, rating permettendo

Aldilà delle critiche interne legate a una gestione un po’ troppo politicizzata – le opposizioni tipicamente accusano il governo di utilizzare il fondo per premiare o bocciare le società domestiche sulla base delle preferenze politiche dei suoi manager – il problema principale dell’NPS è dato dall’invecchiamento demografico, che porterà entro il 2026 gli over 65 a incidere per oltre il 20% della popolazione. Serve diversificare gli investimenti, in attesa che qualche governo abbia mai il coraggio di riformare la previdenza per affrontare strutturalmente il nodo delle coperture degli assegni con contributi sufficienti.

Nel frattempo, l’NPS sta cercando di fare da sé, fissando per il quinquennio 2020-2024 un rendimento-obiettivo del 5,3% e alzando dall’attuale 30% al 50% la quota di assets investita all’estero. Alla fine del 2018, dei 674,3 mila miliardi di won (568,6 miliardi di dollari al cambio odierno) risultavano investiti all’estero il 17,7% in azioni, il 4,2% in debito e l’8,2% in prodotti alternativi. Entro il 2024, il target viene modificato rispettivamente al 30%, 10% e 10%. Questo significa che il mutamento maggiore riguarderà proprio il mercato obbligazionario, la cui quota all’estero verrà più che raddoppiata, specialmente quello corporate, in quanto più remunerativo dei titoli di stato, che in questa fase stanno offrendo rendimento azzerati o sottozero in gran parte dei casi per le economie avanzate, a partire dal vicino Giappone.

Pensionati coreani e i BTp

Avete presente quando avevamo discusso nei mesi scorsi della tendenza di lungo periodo ribassista per i rendimenti globali, in conseguenza della crescita della previdenza integrativa e la conseguente necessità di convogliare risorse sui mercati finanziari, in cerca di remunerazione? Il caso del fondo pensionistico pubblico sudcoreano si addice perfettamente a questo discorso. A conti fatti, entro 5 anni dovranno essere almeno di 33 miliardi di dollari i maggiori investimenti in debito corporate e sovrano. E occhio proprio ai BTp, che già si mostrano molto remunerativi e che, essendo denominati in euro, valuta destinata verosimilmente ad apprezzarsi nei prossimi anni, attireranno sempre più le attenzioni di un istituzionale estero come l’NPS.

Tassi bassi per decenni, c’entra la previdenza

Nel frattempo, sono gli investitori stranieri ad adocchiare il debito sovrano sudcoreano, anche per via dell’aumento delle tensioni commerciali tra USA e Cina, che stanno spingendo gli investitori globali ad optare per il mercato a reddito fisso, anziché per quello più rischioso azionario. E Seul è molto dipendente dalla congiuntura internazionale, avendo chiuso gli ultimi anni con una bilancia commerciale mediamente in attivo di oltre il 6%. A maggio, gli stranieri detenevano il record di 119.200 miliardi di won (111 miliardi di dollari, superando il precedente massimo dell’agosto scorso di 114.300 miliardi. E, comunque, la quota nelle loro mani sul totale non va ancora oltre il 6,7%.

Ciò è bastato, però, a incidere positivamente sui bond, i cui rendimenti a 10 anni quest’anno sono scesi dal 2,5% all’1,6%, quelli a 2 anni dal 2% all’1,5%. Non possiamo escludere che proprio l’NPS abbia puntato maggiormente sui bond domestici per cercare di recuperare le perdite accusate nei trimestri precedenti. Certo, non sarà la minima quota su appena una trentina di miliardi di euro all’anno a rinvigorire i BTp, nel caso in cui il fondo pensionistico sudcoreano puntasse gli occhi sul nostro debito sovrano a buon mercato. Sarebbe, comunque, il possibile segnale di una tendenza più solida e di lungo termine, che preannuncerebbe buone notizie per l’Italia e, in generale, per l’obbligazionario delle economie avanzate, corporate in testa.

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