Obbligazioni Banca Mondiale contro il Coronavirus, perché gli investitori tremano

Parte della pandemia cinese potrebbero pagarla gli obbligazionisti titolari di particolari bond emessi dalla Banca Mondiale nel 2017. La conta delle vittime sale e le probabilità di perdere il capitale pure.

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Parte della pandemia cinese potrebbero pagarla gli obbligazionisti titolari di particolari bond emessi dalla Banca Mondiale nel 2017. La conta delle vittime sale e le probabilità di perdere il capitale pure.

L’emergenza Coronavirus rappresenta un test per i mercati finanziari. Nel 2017, la Banca Mondiale emise obbligazioni contro le pandemie, in due tranche entrambe a 3 anni, in scadenza il 15 luglio 2020. Una meno rischiosa con cedola del 6,5% + Usd Libor a 6 mesi e una più rischiosa con cedola 11,60% + Usd Libor a 6 mesi. I virus coperti dall’emissione sono di sei tipi, quelli considerati potenzialmente più letali: Ortomixovirus, Coronavirus (MERS e SARS), Filovirus (Ebola e Marburg) e altre malattie zoonotiche. Poiché il Libor in dollari a 6 mesi attualmente viaggia a tassi in area 1,63%, le due tranche offrono su base annua rispettivamente l’8,13% e il 13,23%.

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Trattasi di tassi molto elevati e che vengono corrisposti mensilmente. In tutto, al mercato sono stati trasferiti rischi per un totale di 495 milioni di dollari, comprensivi di 105 milioni grazie agli strumenti derivati. In cosa consistono questi bond? Nel caso in cui una delle suddette pandemie dovesse verificarsi, a seconda del numero dei morti e del livello di diffusione il capitale verrà rimborsato parzialmente o andrà finanche del tutto perduto.

Ad avere acquistato questi titoli sono stati gli investitori istituzionali a cui erano rivolti, di cui per i tre quarti provenienti dall’Europa e per il restante quarto dell’America. Come funzionano? Il capitale non rimborsato agli investitori verrà erogato dalla Banca Mondiale ai paesi vittime della pandemia e in proporzione al danno subito. Affinché scattino le soglie minime per annullare in tutto o in parte la restituzione del capitale, risulta necessario che il numero dei morti minimo in un solo stato sia di 200 e che in un altro stato se ne registrino almeno altri 20.

Le condizioni sono, in realtà, assai più complesse, ma questo per farvi capire che la macabra contabilità dei decessi sia essenziale per lo schema.

Capitale a rischio con la pandemia cinese

Nel 2018, il virus Ebola in Africa fu a un passo dal fare scattare la mancata restituzione del capitale, ma non essendovi state “sufficienti” vittime all’infuori del Congo, gli investitori l’hanno fatta franca. Ciò ha fatto gridare allo scandalo o, comunque, alla inadeguatezza di questi strumenti per contrastare la diffusione di malattie pericolose, anche perché i pagamenti a favore degli stati colpiti richiedono almeno 3 mesi dalla data di inizio della pandemia. “Too little, too late”, lamentano in tanti, e a ragione. Pensate che la Cina riesca a fermare la pandemia, se la Banca Mondiale le donerà qualche centinaio di milioni di dollari tra qualche mese, quando già lotta contro la diffusione del virus da almeno un mese e mezzo e sta spendendo cifre di gran lunga superiori?

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Tuttavia, il meccanismo di per sé non è da buttare, semmai da potenziare. L’emissione del 2017 è stata una prima assoluta dell’organismo internazionale e in futuro potrebbe essere replicata per far partecipare il mercato in misura crescente all’assunzione dei rischi derivanti dalla diffusione di alcune delle malattie più letali. Per un paese molto povero, qualche centinaio di milioni di dollari farebbe la differenza e se arrivassero in tempo, questi soldi sarebbero in grado di salvare tante vite. E a differenza dell’Ebola, stavolta gli investitori rischiano di mettere mano al portafoglio. Aggiungiamo “purtroppo”, dato che oltre alla Cina il Coronavirus sta seminando vittime anche in diversi stati asiatici confinanti e non, tra cui l’Iran, dove i morti accertati si stanno avvicinando alla soglia minima dei 20 richiesti. Anzi, il governo ha dovuto persino negare nei giorni scorsi che fossero già saliti a una cinquantina.

In teoria, le perdite ammonterebbero come minimo al 57,5% del capitale e salirebbero fino a un massimo del 100% nel caso in cui il numero delle vittime accertato salisse mostruosamente e con una certa distribuzione data tra un certo numero di stati.

Sarebbe un primo passo nella direzione desiderata dall’emittente e darebbe linfa a un comparto del variegato mondo obbligazionario ad oggi non sfruttato, ma dalle potenzialità enormi. E in tempi di “green bond” o, più in generale, di bond ESG, ci sarebbe spazio anche per finanziare la lotta contro le malattie.

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