Nuovi Pir, rischi vecchi: non solo vantaggi per le sottoscrizioni

I Piani individuali di risparmio cambiano forma per la terza volta in tre anni e presentano sempre gli stessi rischi per chi li sottoscrive, sebbene la stampa e gli operatori del settore tendano a sottacerli.

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I Piani individuali di risparmio cambiano forma per la terza volta in tre anni e presentano sempre gli stessi rischi per chi li sottoscrive, sebbene la stampa e gli operatori del settore tendano a sottacerli.

I Pir cambiano pelle. Dopo il loro debutto con la legge di Stabilità 2017, da quest’anno avevano subito modifiche apparentemente marginali, ma che li avevano resi molto meno appetibili per i gestori finanziari, tant’è che hanno subito una sostanziale battuta d’arresto.

A fronte dei 17,4 miliardi di euro raccolti nei primi due anni, infatti, nei primi nove mesi di quest’anno hanno registrato deflussi per oltre 800 milioni. I Piani individuali di risparmio sono oggetto di ulteriori modifiche in Parlamento in questi giorni, con l’obiettivo di renderli allettanti come alle origini. Come? Via il vincolo per i gestori di destinare il 3,5% del 21% del patrimonio (30% del 70% destinato agli strumenti finanziari emessi da società italiane) agli investimenti in venture capital e il 3,5% agli indici diversi dall’Ftse Mib, mentre bisogna riservare il 5% del 70% agli strumenti finanziari diversi dall’Ftse Mib e Ftse MidCap.

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Altra novità: potranno investire nei Nuovi Pir anche le Casse previdenziali e i fondi pensione, ma nel limite del 10% dei rispettivi patrimoni. Qual è il vantaggio propinato da banche e assicurazioni ai clienti che volessero sottoscrivere questi prodotti? Fiscale. Chi vi investe e li tiene in portafoglio per almeno 5 anni non vi pagherà l’imposta del 26% sulle plusvalenze, né dovrà sottoporli eventualmente all’imposta di successione. Un trattamento preferenziale, che li rende persino superiori agli stessi titoli di stato.

Ma è tutto oro quello che luccica? Non proprio. Per prima cosa, cosa sono esattamente i Pir? Nessuno lo sa veramente. In questi “contenitori” si trovano azioni, obbligazioni e liquidità, ma spesso non se ne conoscono le proporzioni, né gli emittenti. In un certo senso, potremmo ritrovarci a detenere debito di società che nemmeno conosciamo e senza che lo sappiamo. Certo, capita da sempre anche con i fondi d’investimento, ma qui il rischio risulta superiore per un motivo preciso: i soggetti emittenti gli strumenti finanziari acquistati dagli intermediari e inseriti nei Pir sono poco conosciuti, in quanto di piccole dimensioni, ossia anche poco monitorati dal mercato.

Rischi liquidità e costi

Per capirci, una cosa sarebbe che un fondo acquistasse obbligazioni e azioni FCA, un altro che puntasse su capitale e debito della società Mister X, di cui poco si sa. Dunque, scarsa trasparenza e – arriviamo al terzo rischio – scarsa liquidità degli strumenti sottostanti. Trattandosi di mercati di ridotte dimensioni (28 miliardi di euro il valore di capitalizzazione di tutta Piazza Affari all’infuori dell’Ftse Mib e dell’Ftse MidCap), non è facile disinvestire in fretta all’occorrenza. Che la situazione sia complicata lo dimostra anche la liquidazione di fondi già attivi sui Pir, avvenuta a metà di quest’anno, come nel caso degli Etf Lyxor e Amundi.

E che dire del fatto che, pur nati su una lodevole volontà di sostegno all’economia reale italiana, i Pir finiscano per concentrare geograficamente e in misura eccessiva i portafogli dei sottoscrittori in poche imprese italiane? Uno dei criteri-guida di qualsiasi investimento poggia proprio sulla diversificazione geografica, che qui praticamente viene capovolta per indirizzare i capitali in poche e opache realtà tricolori. E, infine, le commissioni: i vantaggi fiscali ci saranno pure, ma i costi d’ingresso e quelli legati al mantenimento del Pir si mostrano mediamente alti, rispettivamente nell’ordine di circa il 2% e l’1,5%.

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Nel solo 2018, le commissioni pagate dagli 800.000 sottoscrittori sono risultate pari a 300 milioni di euro. Una montagna di denaro finita a banche e assicurazioni, che sembra alta nel confronto con altri prodotti d’investimento. E fino a quando la borsa italiana sale, è tutto ok. Quando inizia a ripiegare, se gli indici principali soffrono, quelli secondari e illiquidi rischiano di decimare i portafogli dei sottoscrittori. E considerate un ultimo dato: se per una qualche ragione, non foste in grado di mantenere il Pir in portafoglio per i 5 anni minimi richiesti, addio vantaggi fiscali e benvenuta aliquota del 26% sui proventi maturati.

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Analisi corretta ed incontrovertibile. Oltretutto il miraggio del beneficio fiscale e’ un’ incognita ed ipotizza un controvalore a fine 5 anni di una crescita delle quotazioni, che è tutta da verificare.