Moody’s declassa i bond turchi a B1/negative, si temono controlli sui capitali

Rating per i bond della Turchia sempre più "spazzatura" dopo il declassamento a sorpresa di Moody's. L'agenzia intravede rischi dalla bilancia dei pagamenti e possibili controlli sui capitali.

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Rating per i bond della Turchia sempre più

A sorpresa, venerdì sera Moody’s ha declassato i bond governativi a lungo termine della Turchia da “Ba3” a “B1”, mantenendo l’outlook “negative”. La bocciatura non era attesa, non essendovi stata in programma la revisione del rating sovrano turco. In conseguenza di essa, il giudizio di Moody’s su Ankara si allinea a quello di Standard & Poor’s, vale a dire a 4 gradini sotto il livello “investment grade”.

Appena più positiva Fitch, che mantiene un giudizio di “BB/ negative”, terzo gradino nella scala “junk” o “spazzatura”. La decisione dell’istituto è stata presa sui rischi intravisti sul fronte esterno, con il deterioramento della bilancia dei pagamenti da un lato e al tracollo delle riserve valutarie della banca centrale dall’altro, quest’ultimo provocato dal saliscendi della lira turca sui mercati valutari.

Bond Turchia: rischio sovrano basso, è il cambio della lira a preoccupare 

Secondo Moody’s, il governo negli ultimi due anni ha annunciato il varo di riforme economiche mai attuate, con il rischio di perdere presto la capacità di fronteggiare la crisi della bilancia dei pagamenti, per quanto non imminente, tanto da rendersi necessari controlli sui capitali, specie nel caso di tensioni politiche dopo la ripetizione delle elezioni comunali a Istanbul, in programma per domenica prossima.

I mercati reagiscono bene

Il “downgrade” di Moody’s non sembra avere impensierito i mercati finanziari, se è vero che i rendimenti sovrani si mostrano in calo, con i decennali ad arretrare dal 17,72% al 17,64% e i biennali dal 21,58% al 21,47%. Anche la lira turca si rafforza al momento di circa mezzo punto percentuale contro il dollaro, scambiando in area 5,87. Dietro all’apparente serenità degli investitori vi sarebbe l’inedito passo annunciato dalla banca centrale, che ha reso noto che le banche “primary dealers”, vale a dire quante siano attive nell’acquisto alle aste di titoli di stato, potranno ricevere prestiti a un tasso d’interesse di 100 punti base inferiore rispetto a quello di riferimento fissato dallo stessi istituto. Allo stato attuale, ciò consentirebbe loro di attingere alla liquidità al 23%, anziché al 24%.

La stessa banca centrale ha precisato che la misura avrebbe un impatto limitato rispetto all’insieme dei finanziamenti da essa erogati. L’annuncio, semmai, starebbe avendo l’effetto di rafforzare le aspettative di un taglio dei tassi al prossimo board, prendendo al balzo la palla lanciata dal calo dell’inflazione al 18,7% a maggio. E, tuttavia, proprio un allentamento frettoloso della politica monetaria turca terrebbe i capitali stranieri ancora più alla finestra, mentre quelli domestici potrebbero defluire. Non a caso, a maggio il governo ha riunito le principali banche turche, chiedendo loro di acquistare più bond sovrani turchi. A questo punto, il baratto sembra assodato: le prime aiutano il governo a rifinanziarsi sui mercati a costi meno esplosivi e in cambio attingeranno a liquidità più a buon mercato.

Una fonte di tensione tra USA e Turchia che pesa negativamente sull’umore degli investitori riguarda la decisione della seconda di acquistare missili di difesa S-400 dalla Russia, nonostante faccia parte della NATO e Mosca sia sotto embargo dai paesi dall’Alleanza Atlantica. Le sanzioni ventilate dall’America di Donald Trump fanno paura, anche se una telefonata distensiva tra il presidente americano e il collega Recep Tayyip Erdogan alla fine di maggio ha rinvigorito sia i bond che la lira turca, facendo scendere i rendimenti dei primi e apprezzando i tassi di cambio della seconda. Resta la debolezza strutturale di un’economia con una bilancia commerciale e dei pagamenti cronicamente in profondo rosso, segno della scarsa competitività del sistema-Paese e di una politica monetaria ancora non percepita sufficientemente restrittiva per combattere l’alta inflazione interna e la crisi della lira.

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