Moody’s declassa Hong Kong e avverte: la Cina minaccia il rating

Le proteste a Hong Kong hanno spinto anche Moody's a declassare il rating, sebbene l'ex protettorato britannico abbia un debito pubblico quasi nullo e disponga di elevatissime riserve fiscali.

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Le proteste a Hong Kong hanno spinto anche Moody's a declassare il rating, sebbene l'ex protettorato britannico abbia un debito pubblico quasi nullo e disponga di elevatissime riserve fiscali.

L’agenzia Moody’s ha tagliato il rating di Hong Kong di un gradino, portandolo ad “Aa3”, la terza valutazione più alta della sua scala. L’outlook è stato alzato a “stabile”, dopo che nel settembre scorso era stato rivisto a “negativo”, in preparazione del “downgrade” di ieri sera.

Alla base della decisione vi è la “risposta evidentemente lenta, provvisoria e inconcludente” del governo locale alle richieste dei manifestanti, che nei mesi scorsi hanno dato vita a numerose e imponenti proteste di piazza contro il governatore Carrie Lam, la quale avrebbe voluto introdurre una legge per agevolare l’estradizione in Cina.

Cosa succede a Hong Kong tra proteste di piazza e irruzioni violente in Parlamento

E proprio l’avvicinamento a Pechino, spiega la nota di Moody’s, provocherebbe ulteriori declassamenti del rating di Hong Kong. A settembre, Fitch aveva anch’essa ridotto il suo giudizio sovrano da “AA+” ad “AA”. S&P lo mantiene dal settembre 2017 ad “AA+”. Parliamo di valutazioni molto robuste e che la stessa Moody’s ammette siano il frutto di elevate riserve fiscali, bassissimo debito pubblico e ampie riserve valutarie.

In effetti, siamo dinnanzi al declassamento del nulla. Il debito sovrano di Hong Kong equivale a poco più dello 0% del pil, a fronte del quale l’ex protettorato britannico dispone di oltre 1.000 miliardi di dollari locali (130 miliardi di dollari USA) di riserve fiscali, accumulate in anni di avanzi di bilancio. Per l’esercizio che si concluderà nel marzo prossimo, ci si attende un lieve deficit per la prima volta dal 2003, provocato proprio dalle tensioni politiche interne, prima delle quali il governo aveva stimato un avanzo superiore all’1%. E sia per quest’anno che per il prossimo, dovrebbe registrarsi la recessione economica.

La florida economia di Hong Kong

Le stesse riserve valutarie non sono minacciate dalla crisi in corso dell’economia, essendo pari a circa il 120% del pil e ai tre quarti delle importazioni annue. Le proteste di piazza hanno fatto crollare le presenze straniere negli ultimi mesi e hanno generato tra gli investitori un senso di incertezza verso il futuro.

Hong Hong apparteneva al Regno Unito fino alla metà del 1997 e dopodiché passò sotto il controllo della Cina, alimentando i timori di quanti nel mondo pensarono che Pechino avrebbe smantellato le libertà e la ricchezza che questa terra era riuscita a conquistarsi nel corso dei decenni precedenti.

Per fortuna e con sorpresa un po’ di tutti, così non è stato. Anzi, Hong Kong figura tra le economie più libere e ricche al mondo. Tuttavia, la speculazione immobiliare, unitamente all’alta densità abitativa, ha fatto esplodere i prezzi delle case, seminando rabbia tra i giovani, impossibilitati spesso a uscire di casa per costruirsi un futuro proprio, a causa degli affitti e dei costi degli immobili proibitivi persino ormai per la classe medio-alta. Da qui, l’ira scatenatasi contro Pechino, accusata di volere allungare le mani sulla sua “territorio autonomo”. Ad ogni modo, il “downgrade” non ne minaccia la stabilità finanziaria. Si consideri che il cambio è fissato al dollaro sin dal 1972. Dopo varie revisioni, il “peg” è pari a 7,80 dal lontano 1983. Questo garantisce assoluta certezza sui mercati sull’assenza di rischi valutari.

Le proteste di Hong Kong originano dalla crisi immobiliare e le soluzioni sono difficili

Il bond a 10 anni offre oggi un rendimento dell’1,55%, quello a 2 anni dell’1,57%, segnalando una curva delle scadenze invertita a tratti. La Hong Kong Monetary Authority ha tagliato i tassi d’interesse per tre volte nel corso del 2019, guarda caso in concomitanza con la Federal Reserve, abbassandoli al 2%, di poco superiore al range 1,50-1,75% fissato per i tassi USA. Non poteva che essere altrimenti. Il “peg” impone alla regione autonoma di seguire la politica monetaria americana per assicurare la stabilità dei flussi finanziari.

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