Mini-bond al via, occhio alle trappole

SI tratta di piccoli prestiti obbligazionari emessi da società non quotate e senza rating. Nuovo espediente del governo dei banchieri per alleggerire le banche dai crediti incagliati

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SI tratta di piccoli prestiti obbligazionari emessi da società non quotate e senza rating. Nuovo espediente del governo dei banchieri per alleggerire le banche dai crediti incagliati

Anche le piccole e medie imprese potranno emettere obbligazioni. Sono infatti in rampa di lancio i mini-bond, previsti dal decreto sviluppo della scorsa estate e fortemente voluti dal ministro Corrado Passera per rilanciare il settore delle piccole e medie imprese italiane che fatica a ottenere prestiti dalle banche. Difatti, la crisi morde soprattutto in questo settore dove le Pmi soffrono più delle grandi industrie alle quali i finanziamenti bancari non vengono quasi mai negati e anche a tassi agevolati. Ma cosa sono esattamente i mini-bond? Si tratta di emissioni obbligazionarie di piccole dimensioni – spiegano dagli uffici di Intesa San Paolo – pensate per dare alle Pmi non quotate uno strumento di finanziamento alternativo al tradizionale canale bancario. I mini-bond, così concepiti, rappresentano un valido intervento a sostegno dell’economia italiana – aggiungono da Confindustria– perché in un momento di credit crunch come questo permettono alle imprese di aver accesso ai capitali di investitori qualificati, i quali, finalmente, potranno diversificare il rischio investendo anche su realtà imprenditoriali di piccole e medie dimensioni. Un canale alternativo di finanziamento, insomma, che sarà però disponibile a patto che l’azienda rispetti alcuni requisiti, come l’assistenza di uno sponsor, la certificazione dell’ultimo bilancio e la circolazione dei titoli tra investitori qualificati. Sono escluse dalla possibilità di emettere minibond solo le micro-imprese, mentre possono collocare questi strumenti le società di capitali, le società cooperative, le società mutue assicuratrici, sia quelle quotate sia quelle non quotate in borsa. Ma il piatto forte della norma approvata dal Parlamento sta nella neutralità fiscale di questi strumenti, che consente alle imprese non quotate di avere lo stesso trattamento fiscale delle aziende quotate relativamente a obbligazioni o titoli similari, avvalendosi dell’esenzione alla ritenuta del 20% sugli interessi per gli strumenti negoziati sui mercati regolamentati, come pure di quella sul bollo

 

20 miliardi di obbligazioni in formato mini per le Pmi italiane

 

Più nel dettaglio, i mini-bond che stanno per sbarcare sul mercato italiano per un ammontare stimato di 20 miliardi di euro, sono prestiti obbligazionari di durata non superiore a tre anni, spesso privi di rating poiché la società che li emette non è quotata e non è valutata dalle agenzie internazionali, tuttavia lo sponsor (banca, sgr, sicav, ecc.

) dovrà classificare le società emittenti con un giudizio sulla qualità del merito di credito che va da “ottima” a “negativa” e segnalare l’eventuale eccesso di collocamenti di minibond, se la quantità in circolazione è superiore al totale dell’attivo corrente dell’ultimo bilancio certificato. Il quantitativo emesso dovrebbe variare da qualche milione di euro fino a 50 per tagli minimi negoziabili di 1.000 euro ciascuno. L’idea, non è male spiegano gli analisti poiché permetterà alle aziende di ottenere la liquidità necessaria per finanziare le proprie attività sul territorio stabilendo allo stesso tempo un legame più diretto con gli investitori locali che conoscono bene l’attività industriale. L’esperienza tedesca e americana dei mini-bond, già in vigore da un paio d’anni, sta dando complessivamente buoni risultati, ma sarà utile per l’investitore analizzare attentamente il settore poiché i default sono dietro l’angolo. Trattandosi, infatti, di aziende di piccole e medie dimensioni, anche i bilanci possono rivelarsi fragili al primo segnale dic risi, come sta accadendo per le ditte tedesche impegnate nel settore delle energie alternative o del fotovoltaico. Tali strumenti possono, poi, rivelarsi poco liquidi e non sempre negoziabili pur essendovi l’obbligo di quotazione su mercati regolamentati o su piattaforme private. 

 

Minibond: un altro regalo alle banche

Secondo alcuni traders e frequentatori di forum specializzati, i mini-bond rappresentano, invece, una poco trasparente via di fuga per le banche per rientrare da prestiti incagliati da tempo.

Non ci sarà nessun vantaggio per le Pmi, poiché il loro problema non è il canale di approvvigionamento, ma la crescita economica che in Italia non c’è più da tempo. E farsi prestare soldi dal mercato a tassi elevati non farà che incrementare il rischio per l’investitore. Mentre le grandi multinazionali continuano ad raccogliere fondi attraverso il canale bancario a condizioni spesso migliori di quelle offerte dai titoli di stato, alle piccole e medie imprese questo canale viene chiuso e gli si offre la possibilità di rifinanziarsi (per legge) direttamente sul mercato perchè le banche non prestano soldi. Ma se le banche non si fidano più delle Pmi, perché dovrebbero fidarsi i risparmiatori italiani?

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