Mercati emergenti, ottimismo anche per il 2020 e l’Indonesia ha fame di risparmi

Investitori ottimisti sui mercati emergenti anche per l'anno prossimo. E l'Indonesia potrebbe approfittarne per allargare le dimensioni del suo ristretto mercato interno dei capitali. Lancerà le "obbligazioni diaspora"

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Investitori ottimisti sui mercati emergenti anche per l'anno prossimo. E l'Indonesia potrebbe approfittarne per allargare le dimensioni del suo ristretto mercato interno dei capitali. Lancerà le

Un sondaggio realizzato da Bloomberg tra 57 investitori, trader e strategist ha trovato un quadro piuttosto ottimistico per i mercati emergenti nel 2020. Le domande vertevano su tassi di cambio, bond e azioni e le risposte sono state nettamente positive per tutti e tre i casi, nel senso che la stragrande maggioranza degli intervistati ritiene che le valute emergenti continueranno a rafforzarsi, le obbligazioni e le azioni a crescere l’anno prossimo.

Nell’ultimo decennio, i portafogli presso le economie emergenti hanno aggiunto ben 11.000 miliardi di dollari di ricchezza finanziaria, suddivisa in 6.600 miliardi per le sole azioni e in circa 4.800 miliardi in obbligazioni. Relativamente a queste ultime, 2.900 miliardi di crescita sono arrivati dai bond in valute locali, 1.700 miliardi da quelli in dollari USA e circa 237 miliardi dai bond denominati in euro.

E se c’è un paese affamato di capitali, questo è l’Indonesia. Giacarta ha annunciato che nel 2020 emetterà due bond, di cui uno rivolto agli emigranti e l’altro del tipo SDG, cioè legato allo sviluppo sostenibile. I primi prendono il nome di “obbligazioni diaspora” e puntano a raccogliere i risparmi all’estero degli indonesiani che hanno dovuto espatriare in cerca di fortuna. Sull’entità delle emissioni non ci sono dettagli, anche se sappiamo che l’anno prossimo l’Indonesia dovrebbe chiudere il bilancio con un deficit all’1,76% del pil, pari a 307.200 miliardi di rupie, circa 21,9 miliardi di dollari.

Solamente il 15-20% delle emissioni obbligazionarie nel 2020 sarà in valute straniere, meno del 23% di quest’anno. L’Indonesia figura oggi come settima economia al mondo, in termini di pil a parità di potere di acquisto (PPA) ed entro il 2024 dovrebbe investire in infrastrutture circa 6.000 miliardi di rupie, 427,5 miliardi di dollari. Il problema che ha di fronte è la scarsa dimensione del suo mercato domestico dei risparmi, concentrato perlopiù sulle brevi scadenze. In attesa che lo stimolo all’ingrandimento arrivi dagli incentivi fiscali in favore di fondi pensione e assicurazioni, già le autorità finanziarie hanno autorizzato a inizio anno i fondi per il finanziamento dei progetti infrastrutturali a emettere bond ordinari e compatibili con la sharia, la legge islamica.

In questo secondo caso, parliamo del variegato mondo dei “Sukuk”.

Questi bond emergenti in dollari e compatibili con la legge islamica rendono molto

Indonesia al confronto con Turchia

In questo modo, si punta a trasformare in liquidi asset di per sé illiquidi. E considerato che il mercato obbligazionario domestico valga appena il 37% del pil, se ne avrebbe bisogno. Ma nel frattempo Giacarta non potrà fare a meno di attirare i capitali stranieri, compresi quelli dei suoi stessi cittadini residenti all’estero. Nell’ultimo anno, il cambio si è rafforzato dell’1,6% contro il dollaro, sebbene abbia perso un terzo del suo valore dalla fine del 2009. I rendimenti a 3 anni si attestano oggi al 6,29%, in netto calo dal 7,65% di inizio anno, mentre il decennale offre il 7,23% contro l’8,08% dell’1 gennaio scorso. E a novembre l’inflazione è scesa al 3%, mentre i tassi d’interesse sono stati mantenuti al 5% dalla banca centrale.

Se il rallentamento dei prezzi proseguisse, vi sarebbero ulteriori margini per tagliare i tassi e già oggi si pensi che i rendimenti reali nel paese si aggirano a oltre il 4,5% per le scadenze lunghe. Il debito pubblico non arriva al 30%, mentre quest’anno la crescita dovrebbe superare il 5%. Al confronto, quindi, i bond governativi si mostrano più allettanti di quelli turchi sui mercati emergenti e anche i rating risultano decisamente migliori, con S&P e Fitch a valutari i titoli “BBB” e Moody’s “Baa2”, in tutti e tre i casi con outlook stabile. Per contro, la Turchia ha perso il suo status “investment grade”.

Infine, la politica fiscale si mostra solida, con deficit di bilancio contenuti, mentre la bilancia commerciale è decisamente migliore di quella di Ankara, con un apparente ritorno ai saldi attivi dopo quasi un biennio in territorio negativo. Dal 2010, però, le partite correnti indonesiane registrano un bilancio negativo, contrariamente agli anni precedenti, un indizio sfavorevole di per sé alla sostenibilità del debito pubblico contratto in valuta straniera, impattando negativamente sui tassi di cambio e rendendone più difficoltoso il rimborso alle scadenze.

Investire in bond emergenti in valute forti?

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