Mercati di frontiera nel mirino dei cacciatori di rendimento, non bastano più neppure gli emergenti

S'intensifica la caccia al rendimento nel mondo. I mercati emergenti hanno ridotto gli spread e gli investitori si spostano su quelli di frontiera.

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Fuga verso i mercati di frontiera

Rendimenti negativi per 18 mila miliardi di dollari di obbligazioni nel mondo. Negli USA, pur risalendo rispetto ai minimi dell’anno, restano bassissimi, con il decennale in area 0,90% e il trentennale sotto l’1,65%. Il mercato da tempo è costretto a raschiare il fondo del barile per ottenere una minima remunerazione sull’obbligazionario, ma con il passare dei mesi quella che sembrava a tutti gli effetti una condizione straordinaria sta assumendo i connotati dell’ordinarietà. Le principali banche centrali, dalla Federal Reserve alla BCE, passando per la Banca d’Inghilterra, Giappone e Svizzera, non hanno minimamente intenzione di eliminare o anche solo ridurre gli stimoli monetari da qui al medio termine. C’è chi profetizza che i tassi a zero saranno per sempre, perlomeno per decenni.

E così, i capitali si sono messi in fuga verso i mercati emergenti, similmente a quanto accaduto dopo il 2008, quando iniziò il “quantative easing” della Fed. Sta accadendo, però, che gli stessi rendimenti delle obbligazioni sovrane e corporate emergenti stanno riducendosi, con gli spread a stringere rispetto alle emissioni in dollari, euro e altre valute forti. Da qui, la necessità degli investitori di trovarsi ulteriori sbocchi per evitare di restare imbrigliati nel debito di realtà con rischi medio-alti e rendimenti ormai medio-bassi. Dopo gli emergenti, sembra essere arrivato il turno dei cosiddetti mercati di frontiera o in via di sviluppo. Si tratta di economie che non hanno ancora agganciato i processi di sviluppo per poter essere definite emergenti. JP Morgan ha creato un indice apposito, denominato Next Generation Markets Index, che lascia intendere come i mercati di frontiera siano nei fatti i futuri mercati emergenti.

Il confine tra mercati emergenti e di frontiera

Debito a basso costo anche nei mercati di frontiera

Prendete il Senegal, economia con PIL pro-capite di poco superiore ai 1.500 dollari l’anno e che di recente ha ottenuto concessioni su un prestito bilaterale.

Il suo bond in dollari con scadenza maggio 2033 e cedola 6,25% (ISIN: XS1619155564) rende oggi appena il 4,77%, essendosi apprezzato dell’8% dalla sua emissione di settembre. Il Ghana, economia fortemente dipendente dalle esportazioni di cacao e tra le più colpite dell’Africa a causa della pandemia quest’anno, offre il 7,22% per il suo titolo in dollari con scadenza marzo 2032 e cedola 8,125% (ISIN: XS1968714540), che pensate è esploso del 72% dai minimi toccati nel marzo scorso. Molto bene sta andando anche al Vietnam, tra le economie in forte crescita dell’Asia, che per il suo bond luglio 2022 e cedola 6,25% (ISIN: XS2027359756) rende ormai attorno al 4%. Infine, abbiamo il Ruanda, altra realtà in crescita, principalmente grazie a turismo, che offre il 4% per il suo titolo in scadenza nel maggio 2023 e con cedola 6,625% (ISIN: XS0925613217), apprezzatosi del 25% rispetto ai minimi dell’anno.

Persino paesi molto poveri, tra cui di recente il Laos con un’emissione in dollari, riescono ormai ad accedere ai mercati internazionali a costi abbastanza sostenibili. Un bene, nel momento in cui questo debito entra in queste economie per sostenere gli investimenti locali, un grosso rischio per quando dovrà essere rimborsato, allorquando il cambio dovesse tirare qualche brutto scherzo, rendendolo insostenibile. Ma fondi pensione, d’investimento e speculativi non hanno il tempo di pensare al futuro tra qualche anno. C’è da portare a casa qualche risultato a favore dei clienti, che tutto vogliono vedere, tranne che il segno meno nei saldi trimestrali.

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