Lo spread con la Grecia si è azzerato e si prevede negativo

Lo spread tra titoli di stato della Grecia e quelli italiani si è azzerato e si prevede che diventi negativo entro l'anno prossimo, quando l'Italia diverrebbe ufficialmente il mercato sovrano più rischioso di tutta l'Eurozona.

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Lo spread tra titoli di stato della Grecia e quelli italiani si è azzerato e si prevede che diventi negativo entro l'anno prossimo, quando l'Italia diverrebbe ufficialmente il mercato sovrano più rischioso di tutta l'Eurozona.

Leggendo i grafici dei rendimenti sovrani oggi si scorge una dura realtà per l’Italia: è stata raggiunta dalla Grecia. Il bond a 10 anni di Atene ha iniziato ad offrire sul finire della settimana scorsa meno dell’1,20% per la prima volta nella sua storia e stamane si attestava all’1,18%, appena 6,5 punti in più del BTp di pari durata.

All’inizio dell’anno, lo spread tra BTp e “sirtaki” bond si aggirava ancora sui 160 punti base. Nel frattempo, i titoli ellenici hanno corso molto più di quelli italiani e i risultati si stanno vedendo. Anzi, stando all’analista di Capital Economics, Melanie Debono, entro fine anno lo spread tra Italia e Grecia dovrebbe azzerarsi del tutto, sebbene sia probabile che per allora i rendimenti risultino saliti in area 1,50% per via delle tensioni commerciali internazionali.

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Non è tutto, perché nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano Ekathimerini, la stessa Debono ha reso pubblica la sua previsione di una discesa del rendimento della Grecia all’1% entro la fine dell’anno prossimo, spiegando di attendersi che, invece, il BTp resti in area 1,25%. In sostanza, il decennale ellenico risulterà di circa 25 punti base meno redditizio di quello italiano. Detto in altri termini, lo spread tra Grecia e Italia diventerà negativo, segnalando come sarà il nostro mercato sovrano ad essere percepito il più rischioso di tutta l’Eurozona.

La Grecia sta crescendo a ritmi superiori al 2%, mentre l’Italia langue a cavallo tra stagnazione e recessione. Sul piano politico, i rischi ad Atene appaiono grosso modo svaniti con il governo conservatore di Kyriakos Mitsotakis, mentre il futuro a Roma resta un’incognita anche nel breve termine. Si consideri, poi, che già oggi i titoli di stato emessi dalla Grecia sarebbero da considerarsi alla pari, se non percepiti meno rischiosi dei nostri, tenendo conto che abbiano rating “junk” o “spazzatura” e che per questo non possano essere acquistati dalla BCE con il “quantitative easing”, né da svariati fondi d’investimento per le limitazioni statutarie.

Le rassicurazioni grazie al cuscinetto di liquidità

Per favorire gli acquisti, Atene ha creato un cuscinetto di liquidità con i prestiti ricevuti dai governi dell’Eurozona nel 2015 e rimasti inutilizzati, oltre che attraverso emissioni di nuovi bond a medio-lunga scadenza, le quali quest’anno le hanno fatto incassare 9 miliardi, il 5% del suo pil. Sembra illogico che, anziché utilizzare i proventi per abbattere il suo immenso debito pubblico al 180%, il governo tenga questa liquidità parcheggiata e inutilizzata, costandole oltre tutto qualcosa come mezzo miliardo di interessi all’anno. Tuttavia, l’obiettivo consiste nel rassicurare il mercato sulle condizioni finanziarie a medio-breve termine, almeno fino a quando non verrà riacquisito il rating “investment grade”.

Una volta che i titoli non saranno più valutati come speculativi, la BCE potrà acquistarli e lo stesso numerosi fondi privati che ad oggi sono rimasti alla finestra. A quel punto, la Grecia gradualmente sgonfierà il cuscinetto per accelerare il rimborso dei prestiti ottenuti dalla Troika (UE, BCE e FMI), abbattendo con maggiore celerità il suo indebitamento. Se riuscisse, poi, a rinegoziare i debiti contratti con i governi dell’area per spuntare condizioni ancora più favorevoli, come un ulteriore “roll over” delle scadenze, la fiducia tra gli investitori monterebbe significativamente. E’ vero che la Grecia detiene il primo debito più alto d’Europa in relazione alle sue dimensioni economiche, ma solamente per il 30% del pil risulta contratto verso il settore privato. Il restante 150% sono esposizioni verso gli stati e, in minima parte, il Fondo Monetario Internazionale. L’Italia, invece, è esposta per intero verso il sistema finanziario.

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