Lo spettro del default in Libano non si attenua con il nuovo governo

Bond libanesi in rialzo dopo la formazione del nuovo governo a Beirut, ma la svolta politica non allontana il rischio di default. Le prossime settimane saranno un test.

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Bond libanesi in rialzo dopo la formazione del nuovo governo a Beirut, ma la svolta politica non allontana il rischio di default. Le prossime settimane saranno un test.

E’ nato il nuovo governo in Libano, a distanza di tre mesi dalle dimissioni dell’ex premier Saad al-Hariri, arrivate dopo settimane di proteste di piazza contro la corruzione politica diffusa. A guidare il nuovo esecutivo è un altro sunnita, Hassan Diab, ma che gode dell’appoggio più delle formazioni sciite vicine agli Hezbollah che non dei sunniti stessi.

L’annuncio ha acceso le speranze dei creditori di evitare una qualche forma di ristrutturazione del debito sovrano, superiore al 150% del pil. Le quotazioni dei bond in dollari hanno guadagnato qualcosa, pur restando bassissime. Le obbligazioni in scadenza il prossimo 9 marzo 2020 e cedola 6,375% (ISIN: XS0493540297) si aggirano nei pressi degli 82 centesimi e offrono così un rendimento che supera il 200%.

L’altra grossa scadenza dei prossimi mesi, il bond aprile 2020 e cedola 5,80% (ISIN: XS1052421150) viaggia in area 78 centesimi e rende qualcosa come il 150%. Meno anomali i rendimenti sui bond più longevi: il 6,75% della scadenza novembre 2027 (ISIN: XS0859366899) si traduce in un 35%, mentre il 7,05% del novembre 2035 (ISIN: XS1313654623) rende sopra il 25%. A marzo dovranno essere rimborsati 1,2 miliardi, il mese successivo ben 2,1 miliardi. Secondo Oxford Economics, dopo la formazione del governo aumenterebbero le probabilità che venga dichiarato default, a partire dal bond di aprile, essendo il relativo pagamento ritenuto ad alto rischio.

Obbligazioni marzo 2020 e rendimento oltre 200%, sarà davvero default?

Prossime settimane un test per Diab

Lo scenario che si prospetta sarebbe il seguente: nelle prossime settimane, approfittando anche del clima di relativo sollievo sui mercati per la nascita del nuovo governo, Beirut cercherà di attingere all’abbondante liquidità dei capitali esteri per emettere nuove obbligazioni, magari a costi più contenuti di quanto non lascino supporre i rendimenti esplosivi di questa fase. Se così non fosse, obbligato il ricorso al Fondo Monetario Internazionale, chiaramente dietro l’accettazione di un memorandum d’intesa sulle riforme economiche. Ma l’istituto di Washington non sborserà un solo dollaro senza che prima vengano inflitte perdite agli obbligazionisti, anche eventualmente solo in forma di allungamento delle scadenze.

C’è un problema ancora più grave che non va sottaciuto.

Il nuovo premier non è detto che riesca a raccogliere in Parlamento il consenso sufficiente tra sunniti e minoranza cristiana, né a fermare le proteste di piazza. Anzi, da giorni le manifestazioni si stanno svolgendo proprio in segno di rivolta contro questo sbocco “dall’alto” alla crisi politica. Inoltre, un governo che non ricevesse alcuna simpatia tra le cancellerie occidentali per via della percepita vicinanza all’Iran avrebbe moltissime difficoltà nell’ottenere aiuti finanziari di enti come l’FMI. In altre parole, chi si illude che il nuovo governo eviti il default rischia di fare i conti con una realtà presto ben diversa.

Ammontano a 34 miliardi di dollari le obbligazioni sovrane denominate in valuta straniera, a fronte di riserve valutarie lorde per circa 30 miliardi, più che sufficienti a coprire le esigenze a breve del Libano. Tuttavia, i capitali defluiscono copiosamente da mesi, come segnala il crollo del cambio sul mercato nero, in cui un dollaro vale fino a 2.500 lire, contro un cambio ufficiale di poco superiore a 1.500 lire. Da ieri, l’associazione dei cambiavalute ha accettato, su sollecitazione della banca centrale, di imporre un tasso massimo di 2.000 per contribuire al ripristino della stabilità finanziaria domestica, ma a ben vedere si tratta semplicemente di una mossa formale, che nulla toglie alla gravità della situazione e non porrà alcun freno reale al collasso della lira negli scambi in nero.

Rischio default selettivo e nuove proteste

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