L’inflazione in Turchia accelera e i rendimenti dei bond tornano ai massimi da un mese

Brutta sorpresa dai dati sui prezzi al consumo in Turchia. Crescita ai massimi dall'agosto 2019. Cosa succede alle obbligazioni?

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Bond Turchia in calo sull'inflazione

Brusca accelerazione per il tasso d’inflazione in Turchia a novembre, salito dall’11,90% di ottobre al 14,03%, il livello più alto dall’agosto dello scorso anno. Le aspettative medie del mercato si aggiravano intorno al 12,60%. Brutta botta per il nuovo governatore della banca centrale, Naci Agbal, insediatosi solamente agli inizi di novembre e che già al suo primo board ha dovuto alzare i tassi d’interesse di 475 punti base al 15% per frenare il crollo della lira turca e il suo impatto rovinoso sull’inflazione. Se Agbal pensava di avere innalzato il costo del denaro reale ad almeno il 2-3%, adesso si è dovuto ricredere. Pertanto, analisti e investitori si aspettano una nuova stretta monetaria, anche perché il terzo governatore in sedici mesi non può permettersi il lusso di contrariare i mercati, quando già il cambio quest’anno ha perso il 24% contro il dollaro.

E, infatti, la lira oggi cede circa mezzo punto percentuale, mentre salgono repentinamente i rendimenti obbligazionari. Il bond a 2 anni offre il 14,70% (+135 punti base da sabato) e quello a 10 anni il 12,95% (+38 bp). E’ evidente che l’impennata stia riguardando essenzialmente il tratto medio-breve della curva, quello che risente di più della politica monetaria. Il tratto lungo, invece, risulta maggiormente legato alle aspettative d’inflazione. E l’accelerazione nella crescita dei prezzi a novembre non ha mutato granché queste ultime, viceversa sta spingendo gli investitori a scontare tassi più alti. La banca centrale ha un target d’inflazione medio del 5%, con tolleranza da un minimo del 3% e un massimo del 7%.

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Rischio sanzioni USA e UE contro Ankara

Al momento, la curva dei rendimenti si è riportata ai massimi da circa un mese, cancellando i guadagni realizzati dai bond con la nomina sia del nuovo governatore che del nuovo ministro dell’Economia, Lufti Elvan, al posto di Berat Albayrak, genero del presidente Recep Tayyip Erdogan.

La nuova stretta sembra assai probabile, anche perché l’inflazione a novembre è stata perlopiù trainata dai generi alimentari (+21,08%, massimo da 18 mesi), un comparto della spesa molto sensibile per la popolazione meno abbiente. E il governo stesso non può rischiare tensioni sociali in una fase già di suo delicata per l’economia turca, anch’essa alle prese con l’emergenza Covid.

La crisi dei bond non sta riguardando per il momento le obbligazioni turche in valute straniere. La scadenza in euro febbraio 2026 e cedola 5,20% (ISIN: XS1909184753) offre oggi un rendimento del 2,96% e quota sopra 106, quando un mese fa stava sotto la pari. Il nuovo decennale in dollari 15 gennaio 2031 e cedola 5,95% (ISIN: US900123DA57) rende poco più del 5,70%. La previsione di un nuovo rialzo dei tassi aiuta uno scenario di stabilizzazione del cambio e delle riserve valutarie, riducendo i rischi teorici a carico dei creditori stranieri. Ma bisogna tenere conto anche della possibile comminazione di sanzioni europee contro Ankara per le sue manovre in acque greche, scatenando le ire di Atene, appoggiata convintamente da Parigi. E la stessa amministrazione Biden potrebbe mostrarsi meno dolce con Erdogan di Donald Trump, da un lato dando sostegno alla UE e dall’altro ponendo maggiormente l’accento sul rispetto dei diritti umani. La crisi valutaria non è affatto cessata con certezza, risentirà ancora a lungo delle tensioni geopolitiche nell’area, in cui i turchi si sono inseriti negli ultimi anni.

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