L’Fmi contro l’Argentina, la storia si ripete

A quattro settimane dal verdetto finale sulla causa dei fondi avvoltoi, le banche internazionali si scagliano nuovamente contro Buenos Aires alimentando forti tensioni sulle obbligazioni

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A quattro settimane dal verdetto finale sulla causa dei fondi avvoltoi, le banche internazionali si scagliano nuovamente contro Buenos Aires alimentando forti tensioni sulle obbligazioni

Argentina e Fondo Monetario Internazionale sono di nuovo ai ferri corti. L’Istituto bancario guidato da Christine Lagarde ha appena adottato un’ iniziativa senza precedenti storici contro Buenos Aires approvando una dichiarazione di censura alle autorità argentine a causa dei distorti dati ufficiali sul Pil argentino (4,5% nel 2012) forniti dal paese sudamericano, ed esigendo che siano corrette le loro “inesattezze” entro la fine dell’anno. Una procedura che, se portata alle estreme conseguenze, potrebbe significare anche l’uscita del paese dall’organizzazione.

 

Inflazione Argentina: per l’Fmi il dato è truccato da anni

 

Nel mirino ci sono sempre i dati dell’inflazione che il Fmi (e non solo) ritengono truccati o quantomeno non fedeli ai canoni internazionali. Una questione controversa che risale da lontano poiché non esiste un indice argentino che calcola l’inflazione a livello nazionale, ma solo un indice (Indec) che misura l’inflazione nell’area di Buenos Aires che rappresenta il 45% della popolazione e oltre il 50% delle attività economiche del paese. Questo – secondo il Fmi – non va bene e porta a sottostimare il reale andamento dei prezzi che ufficialmente sono cresciuti nel 2012 del 10,8%, ma che analisti ed esperti ritengono sia almeno il doppio. Il dato di per sé lascerebbe il tempo che trova per il Fmi, se non che va a distorcere l’andamento del Pil reale e il nuovo debito emesso dall’Argentina dopo il default da 139 miliardi di dollari e finanziato a un tasso d’interesse collegato all’inflazione reale. Se tale indice dovesse salire, l’onere del debito potrebbe tornare insostenibile per l’Argentina e aumenterebbe il rischio per un altro default, anche perché la crisi internazionale ha fortemente ridotto gli introiti in valuta estera legati all’export di materie prime costringendo l’anno scorso il governo a introdurre misure per difendere la propria valuta.

E’ quindi evidente che il Fondo di Lagarde si veda in questo modo esautorato nei confronti del paese sudamericano e tenda a fare di tutto per ripristinare la proria ingerenza monetaria per riportare nuovamente l’Argentina ai suoi piedi, soggiogandola al ricatto delle banche internazionali. Per converso, le autorità governative di Buenos Aires, a cui è stato precluso l’accesso ai mercati internazionali dei capitali, stanno cercando di far crescere il paese autonomamente senza dipendere in maniera eccessiva, come in passato, dai capitali stranieri.

 

Salgono i rendimenti dei titoli di stato argentini in attesa della sentenza di fine mese

 

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Il braccio di ferro ha rianimato le tensioni sul mercato obbligazionario. I titoli di stato sono tornati a segnare rendimenti superiori al 10%, mentre le obbligazioni emesse dalla Provincia di Buenos Aires hanno toccato anche il 18%. Ad alimentare la volatilità dei mercati sono in questi giorni anche le attese per il verdetto finale (27 febbraio) di una impegnativa causa davanti instaurata davanti al Tribunale di New York per aver rifiutato di pagare 1,3 miliardi di dollari di interessi ai fondi americani detentori di “tango bond” che avevano rifiutato di transare dopo il default del 2002. E la censura del Fmi di questi giorni sembra quasi essere stata fatta ad hoc per gettare benzina sul fuoco alimentando grosse speculazioni sul mercato obbligazionario argentino. Tutti sanno – osserva un analista – che l’Argentina ha i soldi, sia per onorare i suoi obblighi da qui ai prossimi 5 anni, sia per versare ai fondi avvoltoi (fondi buitre) che hanno fatto causa al paese un eventuale risarcimento da 1,3 miliardi di dollari. E questo dà molto fastidio alle banche internazionali.

 

Crisi Argentina: il ruolo destabilizzatore dell’Fmi

L’Argentina – come ha replicato la Kirchener alle accuse mosse dal Fmi – “è una parolaccia per il sistema finanziario globale di rapina e per i suoi derivati.

Il paese ha ristrutturato il suo debito e ha pagato tutto, senza più chiedere nulla in prestito. Ha il 6.9% di disoccupati, il migliore salario nominale dell’America latina e il migliore potere d’acquisto misurato in dollari statunitensi”. Nel 2003 – dice la Kirchener – “l’Argentina aveva il 166% di debito su un Pil rachitico, il 90% del quale in valuta straniera. Oggi ha il 14% di debito su un Pil robusto e solo il 10% è in valuta straniera. In 10 anni l’Argentina ha visto salire il suo PIL del 90%, la crescita maggiore di tutta la sua storia, cercando di emanciparsi e costruendo un robusto mercato interno. Ha pagato tutti i suoi debiti al Fmi, ha ristrutturato due volte, nel 2005 e nel 2010, il suo debito andato in default con il 93% di accordi con i suoi creditori senza chiedere più nulla in prestito al mercato finanziario internazionale, per farla finita con la logica dell’indebitamento eterno”. Questa sembra essere la vera causa della rabbia del Fmi.

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