L’ennesimo taglio dei tassi in Turchia spinge il rendimento a 2 anni ai minimi dal 2016

Tassi ancora giù in Turchia, dove la banca centrale ha sorpreso il mercato con un taglio di 100 punti base, confidando sul calo dell'inflazione. Ai minimi da 3 anni e mezzo il rendimento biennale.

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Tassi ancora giù in Turchia, dove la banca centrale ha sorpreso il mercato con un taglio di 100 punti base, confidando sul calo dell'inflazione. Ai minimi da 3 anni e mezzo il rendimento biennale.

Ieri, la banca centrale turca ha sorpreso il mercato, annunciando al termine del board un taglio dei tassi di 100 punti base o 1% all’8,75%. Gli analisti si aspettavano un abbassamento di 50 bp. Tuttavia, nel comunicato finale si legge che l’istituto confida nel prosieguo del calo dell’inflazione, tenuto conto anche dell’andamento delle quotazioni del petrolio. A marzo, l’indice dei prezzi è risultato in calo all’11,86% annuale, restando di oltre due punti percentuali superiore ai tassi. Il divario teoricamente si allarga al 3%, in attesa di verificare il dato sull’inflazione di aprile, che grazie alla forte discesa delle quotazioni del Brent sarebbe destinato a indebolirsi.

Il crollo del petrolio favorisce alcuni bond e penalizza altri

Il cambio non l’ha presa bene. Avendo l’istituto anticipato i tempi di una disinflazione ancora tutta da verificare, la lira turca scambiava ieri a 6,99 contro il dollaro, ai nuovi minimi storici. Ed è quasi certo che a impedirne il deprezzamento a quota 7 e oltre sia stata proprio la banca centrale, che da tempo manovra i tassi di cambio per cercare di frenare la corsa dei prezzi interni. Sempre nella giornata di ieri, il Tesoro di Ankara ha collocato sul mercato titoli di stato a 3 anni con cedole legate all’inflazione per 11,17 miliardi di lire, pari a 1,47 miliardi di euro. Il rendimento annuale esitato è stato dell’1,99%. Considerando che il triennale in valuta locale con cedola fissa ieri rendesse il 9%, le aspettative d’inflazione del mercato sarebbero in area 7% per la media del prossimo triennio.

Il ruolo dell’inflazione

Se queste stime fossero confermate, effettivamente i tassi reali dell’istituto diverrebbero con il tempo positivi, fermo restando che l’inflazione continuerebbe anche per il futuro ad attestarsi pur sempre sopra il target fissato al 5%.

Malgrado ciò, il rendimento a 2 anni è sceso al 9,68%, il livello più basso dall’ottobre 2016, cioè da 3 anni e mezzo. Bene anche il decennale, al 12,50%, ai minimi da metà marzo. Variazioni negative, invece, per i prezzi dei bond sovrani turchi emessi in dollari, un po’ forse sui timori di cui vi abbiamo dato conto settimana scorsa, ovvero che di questo passo Ankara si ritrovi con riserve valutarie insufficienti per onorare tutti i pagamenti verso l’estero.

Il taglio dei tassi in Turchia rientra in un contesto globale di allentamento monetario, con il Messico che il giorno prima aveva anch’esso tagliato i tassi di 50 bp, portandoli al 6%. Al contempo, l’istituto turco ha incrementato al 10% del totale degli assets gli acquisti di bond domestici, offrendo ulteriore sostegno al mercato obbligazionario. Il crollo del petrolio darebbe una mano a disinflazionare l’economia, così come ad abbattere il valore delle importazioni, contribuendo per tale via a sostenere il cambio. Sinora, però, gli investitori si sono mostrati scettici sulla capacità del paese di tagliare i tassi e al contempo riuscire a stabilizzare il cambio. E fino a quando non assisteremo a un netto ridimensionamento dell’inflazione, la tensione finanziaria rimarrà palpabile.

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