L’effetto Draghi sui BTp c’è, ma non si vede. E Moody’s taglia le stime sul PIL dell’Italia

Lo spread si muove poco sotto i 100 punti base, mentre i rendimenti sovrani italiani risalgono ai massimi da un mese

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Svanisce, in apparenza, l'effetto Draghi sui mercati

Avevamo vissuto una prima metà di febbraio all’insegna dei guadagni sul mercato sovrano tricolore, sospinti dalla nascita del governo Draghi. Ma coincidenza ha voluto che ciò avvenisse in concomitanza con la risalita dei rendimenti globali, trainata dalla reflazione. In appena tre mesi, i Bund sono passati dall’offrire il -0,64% allo 0,32%. Da inizio anno, il Treasury di pari durata è schizzato dallo 0,90% all’1,40%. Inevitabile che il calo dei prezzi coinvolgesse anche l’Italia. E così, ieri il BTp a 10 anni risaliva a un rendimento dello 0,70%, segnando un rialzo di 24 punti base dal minimo storico toccato solamente l’11 febbraio scorso e riportandosi ai massimi da oltre un mese.

Il rendimento del BTpEi 2051 è già salito di 10 centesimi, la protezione dall’inflazione è low-cost

Dunque, ormai i rendimenti offerti dai nostri titoli di stato sono tornati ad essere quelli pre-Draghi. Un avvio non esaltante per il nuovo premier, che eppure gode della massima stima sui mercati finanziari. L’effetto positivo del suo insediamento a Palazzo Chigi, però, sembra essere svanito. Almeno in apparenza. Perché se si confrontano i rendimenti italiani con quelli tedeschi, scopriamo che nell’ultimo mese lo spread a 10 anni è sceso di circa 25 punti base. Questo significa che, a parità di differenziale, oggi i nostri BTp decennali renderebbero sopra lo 0,90%. Se non ci fosse Draghi, appunto.

E’ andata anche peggio alle scadenze più lunghe. Il BTp 1 marzo 2067 e cedola 2,8% (ISIN: IT0005217390) aveva toccato il suo massimo storico sempre l’11 febbraio scorso a una quotazione di 135,4, ma da allora perde il 5,7%, risalendo di 23 punti base in termini di rendimento lordo all’1,93%.

Stime di crescita sull’Italia abbassate

Ieri, l’agenzia di rating Moody’s ha tagliato le stime di crescita per l’economia italiana, prevedendo un aumento del PIL del 3,7%, anziché del precedente +5,6% atteso. L’abbassamento dell’outlook dipende dai nuovi “lockdown” imposti dal governo per frenare i contagi. D’altra parte, la Germania stima che nel primo trimestre il suo PIL possa contrarsi dell’1,5% su base annua, quando aveva chiuso l’ultimo trimestre del 2020 con un timido rialzo dello 0,3%. Tuttavia, sempre Moody’s ha espresso la convinzione che la figura di Mario Draghi funga da garanzia per un uso appropriato delle risorse destinate all’Italia con il Recovery Fund.

Ma allora questo benedetto effetto Draghi esiste ancora o no? Esiste, semplicemente non si traduce più, per il momento, in un calo dei rendimenti in valore assoluto. Il rally obbligazionario è cessato anche in Italia, ma la discesa dei nostri bond procede a ritmi più lenti che altrove, anche grazie ai livelli di partenza dei rendimenti ben più alti. Ieri, il Bonos a 10 anni sfondava quota 0,40% per la prima volta dal luglio scorso. Dall’11 febbraio, il suo rendimento guadagna 28 punti base. Lo spread a sfavore dell’Italia è così sceso da 34 a 28 punti, ma tenete conto che si attestava ancora sopra 50 punti prima di Draghi.

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Se analizzassimo i rendimenti reali e non quelli nominali, gli spread risulterebbero ben diversi. Quello BTp-Bund a 10 anni schizzerebbe a 180 punti, con i Bonos salirebbe in area 60. E non è un dato che bisogna sottovalutare. Gli investitori istituzionali troveranno sempre meno conveniente comprare debito estero e sempre più vantaggioso venire in Italia. In teoria, considerato anche il mutato quadro politico interno, ciò sosterrebbe la domanda futura di BTp, frenandone la corsa dei rendimenti.

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