Le obbligazioni turche restano appetibili dopo il taglio dei tassi di ieri?

I bond della Turchia offrono rendimenti ai minimi da anni e ieri la banca centrale di Ankara ha tagliato i tassi ancora una volta. Ecco perché perderebbero di appeal.

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I bond della Turchia offrono rendimenti ai minimi da anni e ieri la banca centrale di Ankara ha tagliato i tassi ancora una volta. Ecco perché perderebbero di appeal.

La banca centrale turca ha tagliato i tassi ancora una volta ieri, portandoli all’11,25%, 75 punti base in meno rispetto al 12% a cui erano stati fissati a dicembre. Secondo il comunicato dell’istituto, retto dal governatore Murat Uysal, “a questo punto, la politica monetaria rimane coerente con il percorso proiettato di disinflazione”. A dicembre, l’inflazione è salita per il secondo mese consecutivo, attestandosi all’11,84%. Pertanto, il livello reale dei tassi adesso in Turchia risulta negativo. Non che si tratti di una bizzarria di questi tempi, se si considera che la stessa BCE tiene il costo del denaro a zero, pur a fronte di una crescita tendenziale dei prezzi nell’Eurozona dell’1,3% a dicembre.

Ma la Turchia non è l’Europa e né l’America. La sua politica monetaria subordinata ai voleri del governo ha creato disappunto sui mercati finanziari negli ultimi anni, divenendo concausa forte della tempesta finanziaria che ha travolto la lira turca nell’estate di due anni fa. Il taglio dei tassi di ieri era stato scontato nel “se” e nel “quanto” dagli investitori, tanto che il cambio contro il dollaro si è rafforzato di oltre mezzo punto percentuale ieri, segnalando come il mercato temesse un allentamento superiore a quello annunciato. Dall’inizio dell’anno, la lira si è rafforzata di quasi il 2% contro il biglietto verde, dopo avere perso circa l’11% nel 2019.

I rendimenti sovrani a 10 anni si aggirano adesso in area 10,95% e quelli a 2 anni a meno del 10,30%, rispettivamente ai minimi da 27 e 38 mesi. Il decennale era esploso fino al 21% nell’estate del 2018 e ancora nella scorsa primavera toccava il 20%. Da allora, grazie anche alla vigorosa stretta monetaria attuata dall’ex governatore Murat Cetinkaya, la tensione sui mercati è in gran parte rientrata.

Ma nel luglio scorso, al capo dell’istituto è stato dato il ben servito e al suo posto è stato nominato il vice, considerato più prono ai voleri del presidente Erdogan.

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I fattori di rischio

La reazione positiva dei mercati al taglio dei tassi non deve illudere. Se la banca centrale continuasse ad allentare la politica monetaria, gli investitori si indisporrebbero. A quel punto, verrebbero meno le prospettive di riduzione ulteriore dell’inflazione e, anzi, s’innescherebbero probabilmente aspettative rialziste, con riflessi negativi sia sul cambio che sui bond. Un fattore non secondario per valutare la coerenza della banca centrale sarà ancora una volta l’andamento del prezzo del petrolio. Essendo la Turchia un’economia importatrice di energia per circa i tre quarti del suo fabbisogno, l’impatto che il caro-greggio ha sui prezzi domestici è diretto e importante.

Ma la lira turca, che a sua volta indebolendosi o rafforzandosi sprona alle vendite o agli acquisti dei bond, risente anche delle tensioni geopolitiche di questa fase nell’area. Se fino a poche settimane fa a preoccupare era solo la Siria, adesso contribuiscono anche Iran e Libano. Gli alti e bassi con gli USA di Donald Trump sono la ciliegina sulla torta. Uno scontro aperto con Washington sulla gestione dei vari dossier, inclusi gli acquisti di missili S-400 dalla Russia, esporrebbe Ankara alla speculazione dei mercati, un po’ come avvenne nel 2018, quando anche il caso del pastore evangelico americano arrestato per terrorismo provocò una dura diatriba diplomatica con la Casa Bianca.

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Per lo scorso anno, l’economia turca non dovrebbe essere né cresciuta e nemmeno arretrata, stando alle stesse previsioni del governo, che intravedono una crescita del 5% per il biennio in corso. Se le previsioni trovassero riscontro nella realtà, sarebbe un buon segnale per il mercato obbligazionario, in quanto lo stesso fabbisogno finanziario dello stato si ridurrebbe e con esso le emissioni sovrane nette.

In sé, i rendimenti elevati attraggono gli investitori di tutto il mondo in un periodo di fame da “yield”. Tuttavia, spaventa il cambio, come segnalano i rendimenti nettamente inferiori pretesi dal mercato sulle emissioni in valute forti. Il bond in dollari con scadenza febbraio 2025 e cedola 7,375% (ISIN: US900123AW05) offre il 4,70% e il giugno 2025 in euro con cedola 3,25% (ISIN: XS1629918415) si ferma al 2,75%, percentuali che si confrontano con il 10,60% offerto dal quinquennale in lire turche.

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