L’accordo commerciale USA-Cina fa sorridere le agenzie di rating americane

Moody's potrà accedere al mercato obbligazionario cinese dopo la sottoscrizione dell'accordo commerciale USA-Cina. I rating su 14.000 miliardi di dollari di bond si mostrano ad oggi non credibili, ma sull'effettiva apertura di Pechino vi sono dubbi.

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Moody's potrà accedere al mercato obbligazionario cinese dopo la sottoscrizione dell'accordo commerciale USA-Cina. I rating su 14.000 miliardi di dollari di bond si mostrano ad oggi non credibili, ma sull'effettiva apertura di Pechino vi sono dubbi.

Se c’è un vincitore sull’accordo commerciale siglato ieri tra USA e Cina, questo si chiama Moody’s. L’agenzia di rating potrà presto unirsi alla rivale Standard & Poor’s e fare ingresso sul mercato cinese, dove avrà finalmente modo di offrire a società e istituzioni finanziarie i suoi servizi di valutazione dell’affidabilità creditizia.

Pur avendo fatto da tempo richiesta, ad oggi Pechino non le aveva consentito di operare, contrariamente a S&P, che aveva ottenuto il via libera. L’accordo di ieri accelera di otto mesi l’apertura del mercato dei capitali cinese, che nel complesso vale 21.000 miliardi di dollari, di cui 14.000 miliardi riguardano il comparto obbligazionario. Non a caso, alla presenza dei leader dei due paesi, vi erano ieri anche i rappresentanti di Moody’s.

Negli ultimi due anni, la Cina ha timidamente compiuto qualche passo in avanti, consentendo alle joint venture di operare anche con la maggioranza del capitale in mani straniere. Tuttavia, alle forme non sono spesso corrisposti i fatti, perché moltissimi investitori lamentano pratiche dilatorie nell’ottenimento delle autorizzazioni e opacità nel sistema dei controlli, di fatto sentendosi scoraggiati ad entrare sul mercato cinese da partner di maggioranza.

L’accordo consentirà, quindi, anche a Moody’s di operare su un mercato praticamente inesplorato e che ha bisogno proprio di valutazioni oggettive per rendersi realmente appetibile agli occhi della finanza straniera. Si consideri un solo dato: al settembre scorso, i due terzi delle società cinesi non finanziarie possedevano un rating “AA+” o superiore, cosa ridicola anche solo a pensarla. Le valutazioni gonfiate tengono alla larga gli investitori, i quali anche per effetto delle barriere normative e non detengono appena 533 miliardi di dollari tra azioni e obbligazioni, pari rispettivamente al 3,1% e al 2,2% dei rispettivi comparti.

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Default cinesi in crescita

A questo punto, la domanda diventa un’altra: può la Cina permettersi di aprire celermente al mercato americano dei rating senza subirne le conseguenze? Cosa accadrebbe se molte società sinora valutate come massimamente affidabili, tutto ad un tratto risultassero a rischio medio o elevato, magari persino “junk”? La credibilità del sistema delle regole cinesi si sbriciolerebbe in men che non si dica e l’afflusso dei capitali, anziché intensificarsi, si arresterebbe.

Non che ad oggi non sappiamo che i rating creditizi siano gonfiati, ma in una situazione del genere è sempre meglio fingere di non sapere che avere le prove dell’inganno.

Del resto, le stesse autorità di Pechino stanno consentendo sempre più spesso alle società non strategiche di andare in default, così da imporre agli investitori un minimo di disciplina di mercato. Nel 2019, ad esempio, i bond su cui non sono state onorate le scadenze hanno ammontato a circa 19 miliardi di dollari di valore, un dato che si confronta con i 4.400 miliardi delle dimensioni del mercato corporate domestico. Pertanto, il tasso di default rimane bassissimo per i livelli di una grande economia, pari a meno dello 0,50%, anche se con punte stimate da S&P al 4,50% tra le società non controllate dallo stato.

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In conclusione, Pechino intenderebbe controllare l’evoluzione del mercato dei capitali, che aprendosi a una maggiore trasparenza non può d’altronde nemmeno permettersi di propinare panico tra gli investitori, specie stranieri. Per contro, l’ingresso di un’altra agenzia di rating americana indurrebbe le società emittenti a prestare d’ora in avanti maggiore attenzione alla reputazione. Ma nessuno s’illuda che dall’oggi al domani i giudizi sul merito creditizio di società, banche e fondi cinesi diventino attendibili.

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