La Turchia non ha alzato i tassi ieri, ma il governatore ha convinto i mercati

Non escluso una nuova restrizione delle condizioni monetarie e i bond iniziano a segnalare di avere toccato il fondo.

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La Turchia non esclude nuovi rialzi dei tassi

Nessun rialzo dei tassi da parte della banca centrale turca, né era previsto dagli analisti. Il governatore Naci Agbal si è preso una pausa per la prima volta da quando si è insediato come governatore agli inizi di novembre. Da allora, ha aumentato il costo del denaro di 675 punti base al 17%, al fine di contrastare il collasso della lira turca, l’alta inflazione e la perdita di credibilità dell’istituto. In questi primi due mesi e mezzo di mandato, è già riuscito a far guadagnare al cambio il 13,5% contro il dollaro rispetto ai minimi storici toccati proprio a novembre. Ma a dicembre, l’inflazione è salita sopra le attese, arrivando al 14,6%. Per questo, al termine del board di ieri, Agbal non ha escluso l’ulteriore restrizione delle condizioni monetarie, ove ve ne fosse bisogno, spiegando anche che “i tassi non saranno tagliati in fretta”. Nella pratica, significa che se a gennaio l’inflazione in Turchia dovesse proseguire la corsa, il mese prossimo i tassi d’interesse verrebbero alzati per ancora una volta. Sarebbe la quarta dal settembre scorso, quando il predecessore Murat Uysal dovette svolgere un’inversione a U in politica monetaria, passando dai tagli ai rialzi.

Dopo l’annuncio, la lira turca ieri si apprezzava di circa due terzi di punto percentuale contro il dollaro a 7,37. Nel frattempo, i rendimenti sovrani a 10 anni arretravano di 13 punti base al 13,41% rispetto alla seduta precedente, mentre sulla scadenza a 2 anni scendevano al 14,74%. In un certo senso, sembra che i mercati non scontino più né un’ulteriore stretta, né un surriscaldamento dei tassi d’inflazione per il lungo periodo. E questo implicherebbe che le obbligazioni sovrane di Ankara abbiano toccato il fondo e, dati macro permettendo, nelle prossime settimane vedrebbero ridurre i rendimenti.

La Turchia colloca altri titoli in dollari a 5 e 10 anni, a premio rispetto ai bond in circolazione

Tassi alti per recuperare la credibilità perduta

Per il momento, la Turchia risulta tra le economie emergenti con i tassi reali più alti al mondo: al 2,4%, quando nell’Eurozona si attestano al -0,3%, negli USA al -1,10% e in Brasile al -2,50%. Ma si tratta di un costo necessario che il paese deve pagare per recuperare credibilità internazionale e tornare ad attirare capitali stranieri. La retorica del presidente Erdogan, a cui inevitabilmente la banca centrale si è dovuta piegare negli ultimi anni, ha provocato parecchi danni. E la scorsa settimana, dopo avere sostenuto per qualche mese la svolta monetaria, è tornato a inveire contro la stretta, sostenendo che sarebbero i tassi alti a far salire l’inflazione, un’ipotesi che viene sconfessata dai libri di economia e che il capo dello stato si ostina a portare avanti contro ogni evidenza empirica.

Tornando alle parole del governatore, esse trovano conferma nei dati macro. La bilancia commerciale resta cronicamente passiva (lo è dal 1947) e lo è anche il saldo delle partite correnti, dopo un 2019 chiuso in attivo. E’ il segno che l’economia continuerebbe a mantenersi non competitiva da un lato e che le servono tassi reali più alti per attirare capitali e non prosciugare ulteriormente le riserve valutarie. E sono proprio i risparmiatori turchi a non fidarsi, avendo aumentato del 22% i depositi in valuta straniera a quasi 236 miliardi di dollari nel 2020, dopo il +20% nel 2019. La credibilità va recuperata tra gli stessi cittadini, anzitutto, prima ancora che all’estero. E servirà tempo per tornare a fidarsi della banca centrale. La lira ha perso circa l’80% negli ultimi 10 anni.

Come ha fatto la lira turca a perdere l’80% in 10 anni e come andrà nel 2021?

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