LA TRAGEDIA GRECA, I MILANESI DELLA BORGOGNA E L’EUROPA CHE DEVE BATTERE UN COLPO

Un fine settimana da brivido per Grecia e Periferici.

di tommy271, pubblicato il
Un fine settimana da brivido per Grecia e Periferici.

Non possiamo dire che lo spirito di questi giorni degli investitori in titoli ellenici sia altissimo. Venerdì abbiamo assistito in diretta sui nostri book alla debacle, iniziata il giorno precedente, dei nostri titoli di stato che si avviavano a sfiorare i massimi storici intorno ad un differenziale di 1070 punti base sul Bund. Il Piano di Rientro, incentrato su privatizzazioni e su una ennesima stretta fiscale, è stato reso noto venerdì da Yiorgos Papandreou. Non ha però ricevuto buona accoglienza presso i mercati, dando libero spazio alla marea speculativa. Analoga sorte, seppur in tono minore, si è trasferita come un’onda anomala su tutto il Club Med riportando in sofferenza una situazione che sembrava avviata alla guarigione. Gli spread di Portogallo e Spagna si sono riportati verso l’alto, analogamente all’Irlanda. Italia e Belgio ne hanno risentito. Non è servita a nulla la resa del Portogallo la scorsa settimana, come non è servito l’esito, non pessimo, dello stress test sulle banche irlandesi. In questo contesto la BCE ha lasciato fare: Trichet non è intervenuto con i soliti, ma ormai scarsi, acquisti calmieratori sul secondario. La questione da affrontare è politica, saranno i Capi di Governo dell’area Euro a doversi assumere la responsabilità delle decisioni. La situazione rimane grave e preoccupante, non certo drammatica. Un tempo davanti a deficit stratosferici si interveniva con la “svalutazione competitiva” e “valutaria”. Il debito veniva eroso dall’inflazione e l’economia tirava il fiato. Ora non è più possibile. Le nazioni europee devono affinare le proprie economie e renderle più moderne, efficienti, innovative e competitive. La BCE, insieme all’EFSF, possiedono gli strumenti per uscirne: bisogna agire di conseguenza. La Grecia dovrà fare la sua parte e, in tutti questi mesi, l’ha fatto attenendosi agli impegni sottoscritti. Ora però ha bisogno di crescere, ogni altra manovra correttiva sui conti pubblici rischia di protrarre il periodo recessivo. Si dovrà agire sull’emersione del nero (piaga comune dei paesi mediterranei) ma non sarà facile e richiederà tempo. Si dovrà recuperare liquidità dalla vendita di asset strategici e concessioni demaniali. Tutto questo potrà avere successo solo se sarà accompagnato da una ripresa degli investimenti dall’estero, le risorse interne sono esigue. Ma state tranquilli che i nostri partner tedeschi hanno già adocchiato qualche società … Insomma si dovrà tornare alla crescita e alla ripresa dell’occupazione. Gli sforzi dell’esecutivo ellenico vanno in questa direzione. Con ogni probabilità, quest’anno, ci sarà una ripresa dell’industria turistica (favorita dal caos dei paesi arabi) che rappresenta da sola il 16% del PIL ed il 20% degli occupati. I dati dell’export sono in fortissima crescita nei primi mesi del 2011, questo fa ben sperare ed accresce la fiducia. La strada rimane però lunga e tutta in salita. Lo stesso clima l’abbiamo vissuto anche noi durante gli anni ’70 con l’austerity, con i BOT a interessi a doppia cifra. Negli anni ’90 attraversammo una fase analoga da cui riuscimmo ad uscirne con aggravi fiscali, tasse e svendite patrimoniali. Non piegammo la testa ed il default rimase solo uno spauracchio agitato dai tanti “analisti” che tutt’ora sentenziano dalle società di rating. Il BTP trentennale con cedola al 9% fu una bella scommessa. Chi comprò e tenne, vinse. C’è un episodio, sconosciuto ai più, avvenuto durante il terribile flagello delle Guerre Gotiche che devastarono il suolo italiano facendone un territorio spoglio e desolato. Non intendo assolutamente fare paragoni storici impropri, ma serve per agganciare il discorso. Anche allora si faceva fatica ad intravedere l’uscita verso un periodo di ordinaria normalità. Si era nell’età di transizione a ridosso della caduta dell’impero romano d’occidente e l’affermarsi del mondo gotico, a sua volta attratto irresistibilmente dal mondo latino. Bisanzio mirava a riprendersi l’Italia, inviando i migliori generali per organizzare le truppe. L’Italia non era più “felix”, gli sconvolgimenti dell’ordinamento romano e la loro scomparsa portarono ad una rarefazione degli scambi commerciali ed a un decadimento generale dal punto di vista produttivo. Il riflesso era nella degenerazione delle arti e delle lettere, le nuove costruzioni sempre più rare con materiali di recupero. Eppure le nostre città, contrariamente al resto d’Europa, sopravvissero e mantennero una minima attività vitale. Le attività si ridussero al minimo, la vendita delle merci si trasformò in un baratto mentre le uniche autorità civili in grado di mantenere l’ordine erano rimaste le gerarchie ecclesiastiche. In contrasto con Bisanzio. Ravenna sopravvisse e si sviluppò, regalandoci i gioielli artistici ed architettonici che ancor oggi ammiriamo. A Pavia, ma in epoca successiva, ebbe inizio la rinascenza europea. Ecco, dunque, da questi germogli fiorirono le civiltà comunali: età sconosciuta nel resto d’Europa, il cui sviluppo era attraversato da una forte presenza feudale con il predominio del Castello e delle campagne. Nel quadro decadente del 500 DC si inquadra l’episodio della distruzione di Milano ad opera di Uraia e dei suoi alleati. Secondo le fonti dell’epoca il presidio bizantino a difesa della città, vista la soverchiante forza nemica, accettò la resa a patto di aver salva la vita. Trattarono solo per sè. I Goti di Uraia, insieme agli alleati Borgognoni, non riservarono però la stessa sorte ai milanesi. Secondo il cronista Mario Aveticense: ” … in quell’anno Milano fu distrutta da Goti e dai Borgognoni, ed ivi i senatori ed i sacerdoti con l’altra popolazione furono uccisi anche nelle chiese, in modo che gli altari arrossavano di sangue”. Procopio racconta che trecentomila (cifra forse esagerata) furono i milanesi passati per la spada mentre le donne furono risparmiate e portate via come bottino di guerra. Milano perse la sua popolazione originaria e nei decenni successivi venne ripopolata a fatica da immigrati provenienti dal contado circostante. Gian Piero Bognetti, uno storico, scriverà intorno al 1950 che per ritrovare ” la mentalità, il costume della Milano di Ambrogio, dovranno essere cercate nelle terre del Vallese e della Savoia dove queste donne furono portate. Ed a loro volta furono madri di schiavi e forse anche di liberti, per popolare un paese che avrà più avanti un simpatico vanto di gentilezza”. Gente che va, gente che viene. L’humus stratificato nella nostra genesi è attraversato da molte popolazioni, usi e costumi. Probabilmente altre ne verranno, dopo di noi. Tutto è movimento, a maggior ragione il quadro economico è un continuo evolvere in innovazioni di prodotto e meccanismi di governo sociali: con nuovi problemi ed altrettanto nuove risposte da affrontare. La situazione che ci troviamo ad affrontare, insieme alle altre nazioni del Club Med, è – sotto certi punti di vista – inedita e figlia delle degenerazioni aldilà dell’Atlantico. Affrontarla con i soliti strumenti di analisi risulta difficile, visto l’intreccio profondo tra criteri di economicità e modelli politici di riferimento. Io credo che al termine di questo percorso, iniziato a fine 2009, potremmo avere un’Europa più forte e coesa. In grado di affrontare le sfide globali che – attraverso i paesi del BRIC – cambieranno l’assetto del mondo cui eravamo abituati a confrontarci. Un ripiego sui vecchi modelli del “ghe pensi mi” o un ritorno ai beceri nazionalismi potranno forse essere una soluzione per il breve periodo ma saranno certamente perdenti sul lungo, quando dovremmo confrontarci con economie più giovani e demograficamente dinamiche. Cosa potrà fare allora la vecchia Europa divisa e litigiosa?

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Argomenti: Titoli di Stato Italiani