La ‘strana’ curva dei bond UK e il primo bilancio dalla vittoria di Johnson

Rendimenti in salita per le obbligazioni di stato britanniche, ma non su tutta la curva. Dopo il trionfo Tory di dicembre, è tempo di un primissimo bilancio alla vigilia della Brexit.

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Rendimenti in salita per le obbligazioni di stato britanniche, ma non su tutta la curva. Dopo il trionfo Tory di dicembre, è tempo di un primissimo bilancio alla vigilia della Brexit.

Stavolta, ci siamo! A fine gennaio, il Regno Unito lascerà l’Unione Europea. La Brexit sarà finalmente implementata dopo oltre tre anni e mezzo di tensioni, rinvii e indecisioni. La larga vittoria di Boris Johnson alle elezioni generali anticipate del 12 dicembre scorso ha stravolto lo scenario, mettendo la parola fine a un balletto che era diventato stucchevole e che aveva stancato gli stessi sudditi di Sua Maestà. Dopo il trionfo Tory, come da attese si è registrato un rialzo dei rendimenti sovrani UK, con il decennale ad essere passato dallo 0,78% allo 0,84%, mentre il biennale si è mantenuto invariato allo 0,57%. In discesa di 6 punti base i rendimenti dei titoli con scadenza annuale, ora allo 0,62%.

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Questo andamento rifletterebbe la maggiore propensione al rischio del mercato, tra l’allentamento delle tensioni proprio sulla Brexit, l’annuncio via Twitter di Donald Trump di un primo accordo commerciale con la Cina da siglarsi a metà gennaio e il maggiore ottimismo sulla crescita mondiale. E così, si torna a puntare sull’azionariato, vendendo i bond. Il fenomeno riguarda anche e, soprattutto, il mercato sovrano tedesco, con il Bund a 10 anni oggi a rendere meno del -0,16%, ai massimi da 7 mesi. Nel frattempo, però, la sterlina ha perso un po’ quota contro euro e dollaro, dopo il rally delle settimane precedenti al voto.

In generale, la curva delle scadenze di Londra si mostra invertita lungo due tratti: da 6 mesi a 6 anni e dai 30 ai 50 anni. Questo significa che gli investitori si mostrano più propensi a finanziare il Regno Unito per scadenze medio-lunghe, anziché molto brevi, nonché per quelle ultra-lunghe.

In questo secondo caso, a fare la differenza sarebbero gli istituzionali e, in particolare, i fondi pensione che necessitano di assets a rischio zero e a lunga durata. Nel primo, invece, probabile che influiscano le aspettative sui tassi. La Banca d’Inghilterra è tornata ad alzare i tassi alla fine del 2017, ma solo in due occasioni e per 50 punti base cumulati, reagendo alla prospettiva di un surriscaldamento dell’inflazione per via dell’indebolimento della sterlina.

Tassi UK in rialzo nel 2020?

Nelle ultime settimane, lo scenario macro sembra evolvere positivamente per Londra e ciò spingerebbe il nuovo governatore Andrew Bailey ad adottare una strategia del “wait and see”, con un possibile rialzo dei tassi nei mesi successivi alla Brexit. Tassi in rialzo depongono a sfavore dei bond a breve termine, per cui probabile che il mercato si sia preparato in tempo alla nuova stretta monetaria. Per il resto, le politiche di sostegno agli investimenti pubblici, alla sanità e l’innalzamento dei salari minimi farebbero prevedere un aumento delle emissioni di Gilt, anche se la durata media di quelli già circolanti supera i 14 anni e ciò rassicura il mercato sulla tenuta dei prezzi in qualsiasi scenario, compreso quello di un allentamento fiscale.

Al momento, il decennale britannico offre l’1% in più del Bund di pari durata, abbastanza per attirare capitali dall’estero, specie con lo schiarimento delle nubi sul fronte Brexit. E qui torna in gioco la Banca d’Inghilterra. Se rialzasse i tassi in anticipo rispetto alla BCE e magari Londra e Bruxelles riuscissero a trovare un accordo commerciale in tempi non lunghi dopo il divorzio, gli investitori si tufferebbero nei bond UK, che oltre a rendere nettamente di più degli omologhi in euro, offrirebbero potenziale valore anche per l’effetto cambio favorevole. E la curva tornerebbe forse a normalizzarsi sul tratto a medio-breve termine.

Comprare o vendere Gilt prima della Brexit?

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