La rivoluzione da 3.000 miliardi sul mercato obbligazionario, ecco cosa succederà lunedì

Mercato obbligazionario cinese più aperto al mondo da lunedì, ma per una decisione presa in America. Si tratta di una rivoluzione da oltre 3.000 miliardi di dollari, con conseguenze potenzialmente importanti.

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Mercato obbligazionario cinese più aperto al mondo da lunedì, ma per una decisione presa in America. Si tratta di una rivoluzione da oltre 3.000 miliardi di dollari, con conseguenze potenzialmente importanti.

Da lunedì, il mercato obbligazionario nel mondo avrà un po’ gli occhi a mandorla. Il provider di informazione finanziaria Bloomberg inserirà 363 bond governativi e di banche pubbliche cinesi nel suo Bloomberg Barclays Global Aggregate Index lungo un periodo di transizione di 20 mesi, al termine del quale le obbligazioni di Pechino incideranno per il 6% del mercato da circa 55.000 miliardi di dollari, monitorato dall’indice.

E lo yuan sarà la quarta valuta più importante dopo dollaro, euro e yen. Le conseguenze appaiono di estremo interesse. Anzitutto, qualcosa come oltre 3.000 miliardi di dollari di titoli cinesi risulteranno più facilmente accessibili agli investitori di tutto il mondo, i quali sono soliti proprio puntare sugli indici per diversificare il portafoglio.

E già questa sarebbe una notizia enorme, se si considera che alla fine del 2018, a fronte di un mercato obbligazionario cinese da 86.000 miliardi di yuan, pari a 12.760 miliardi di dollari, solamente 1.800 miliardi, cioè appena il 2% del totale e corrispondenti a 267 miliardi di dollari al cambio odierno, risultavano in possesso di non residenti, pur balzando del 46% rispetto al 2017. In poche parole, l’inserimento dei bond cinesi nell’indice avrebbe potenzialità enormi sul mercato cinese, impattando fino a un massimo di oltre una decina di volte i livelli ad oggi detenuti dagli investitori stranieri.

L’aspetto interessante di questa rivoluzione consiste nella possibilità che molti istituzionali si buttino sulle obbligazioni di Pechino per investire in un’ottica di lungo termine. Sarebbe un tonificante per lo stesso yuan, che negli ultimi anni ha risentito negativamente dei deflussi finanziari accusati dalla Cina, specie con lo scoppio della bolla nel 2015. Negli ultimi 5 anni, il cambio ha ceduto circa l’8% contro il dollaro, attirando le ire dell’America, specie da quando alla Casa Bianca c’è Donald Trump. Per contro, se le quotazioni dei bond cinesi fossero maggiormente dipendenti dal mercato estero, Pechino rischierebbe di restare esposto agli umori di una finanza che non potrebbe controllare, a differenza di quanto spesso accade con quella domestica.

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Davvero pensiamo che la Cina accetti di sottostare alla disciplina del mercato? Improbabile, almeno nel breve termine.

D’altra parte, gli stessi investitori dovrebbero fare attenzione a puntare sui bond cinesi per la sola voglia di diversificazione e per spuntare rendimenti superiori a quelli offerti presso le principali economie mondiali. Le scadenze appaiono molto più generose, specie nel tratto breve e medio della curva, se si considera che sui 12 mesi offrono il 2,4% e che un quinquennale si attesta a poco meno del 3%. Oltre a un rischio di cambio, però, esiste un più generale problema legato alla capacità dell’economia cinese di sostenere un indebitamento crescente a ritmi superiori di quelli del pil. Ormai, il debito totale del Dragone sfiora il 300% del pil, perlopiù a carico di entità private, oltre che delle famiglie, ma in gran parte dei casi tenute a galla proprio dallo stato.

I casi di default nel settore privato si stanno intensificando negli ultimi trimestri, anche se rispecchiano sostanzialmente la volontà delle autorità pubbliche di imporre per tale via una maggiore disciplina al mercato, rifuggendo dalla politica sino a poco tempo fa seguita dei salvataggi automatici. Chiaramente, mai Pechino lascerebbe fallire il governo, gli enti locali o le società controllate dallo stato. Pertanto, i bond pubblici che verranno inseriti nell’indice Bloomberg Barclays da lunedì sarebbero immuni da questi rischi. Ciò non toglie che un sistema gravato da un indebitamento così elevato e che rallenta il passo da qualche anno possa patirne le conseguenze, specie se lo stato fosse costretto a sobbarcarsi salvataggi di banche e società pubbliche, con inevitabili pressioni sui rendimenti e sui rating sovrani.

Ma qualche botta nel lungo periodo rischiano di prenderla anche gli altri stati. Se la Cina attirerà capitali con il debutto nell’indice obbligazionario da aprile, questi saranno sottratti ad altri emittenti. Con ogni probabilità, le prime a farne le spese sarebbero le economie emergenti e non possiamo escludere che persino entità come l’Italia finiranno negli anni per subire la pressione dell’accresciuta concorrenza.

Ad oggi, chi volesse ottenere un rendimento superiore a quello mediamente corrisposto dalle principali economie, pur restando sui mercati avanzati, ha potuto rivolgersi ai BTp, ma da lunedì prenderebbe in considerazione alternative percepite in sé come non così rischiose e al contempo redditizie. Verificheremo con il tempo se i timori si riveleranno fondati.

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