La minaccia delle obbligazioni per chi investe mette in trappola i banchieri centrali

Il mercato dei bond sembra avere messo in trappola le banche centrali e gli stessi investitori, segnalando rischi potenziali sempre più alti e capaci di provocare una tempesta finanziaria.

di , pubblicato il
Il mercato dei bond sembra avere messo in trappola le banche centrali e gli stessi investitori, segnalando rischi potenziali sempre più alti e capaci di provocare una tempesta finanziaria.

Il successo straordinario del collocamento di ieri del BTp 2067 (ISIN: IT0005217390) è la spia che il mercato obbligazionario nel mondo abbia molta fame di rendimento. A fronte di appena 3 miliardi offerti dal nostro Tesoro per la scadenza a quasi 50 anni, gli ordini sono stati pari a 17,5 miliardi.

Ha fatto fin troppa gola quel 2,877% esitato, perché di questi numeri in giro non se ne vedono nel mondo avanzato per un titolo governativo (sempre meno anche per un corporate), a meno che non ti chiami Grecia o, per l’appunto, Italia.

BTp 50 anni, ordini per 17 miliardi contro 3 offerti: successo oltre ogni aspettativa

Nei giorni scorsi ha fatto scalpore l’emissione di un bond a 100 anni dell’Austria a un rendimento di poco superiore all’1%. Altro segno di quanto gli investitori istituzionali abbiano un urgente bisogno di “yield” e siano disposti ad acquistare anche titoli che scadranno quando saranno in vita semmai i nipoti. Tutto normale in un mondo, dove circa 13.000 miliardi di dollari di obbligazioni rendono negativamente e che a loro volta riflettono una domanda infinita di debito di qualità da parte del mercato.

Tutto bene, fino a quando non andrà male. Quando i rendimenti scendono a livelli troppo bassi, gli investitori si trovano costretti a spostarsi su scadenze sempre più lunghe per evitare di “bruciare” capitale o per ottenere una remunerazione almeno minimamente positiva, meglio ancora se a copertura della perdita del potere di acquisto. Inoltre, si rivolgono a emittenti sempre meno sicuri e che per questo si mostrano più generosi, offrendo sui titoli collocati sul mercato rendimenti più appetibili.

Titoli spazzatura sempre più popolari

Negli USA, i corporate bond con rating “spazzatura” offrono mediamente il 5,92%, circa il 2,35% in più dei titoli “BBB”, lo spread minimo da 12 anni a questa parte. Di fatto, una società valutata “junk” dalle agenzie internazionali emette debito oggi negli USA a un costo uguale a quello di una società valutata con rating “BBB” nel tardo 2009 o, addirittura, di una che nelle settimane del crac di Lehman Brothers o a inizio millennio godeva della tripla “A”.

In Europa, se vogliamo, le cose stanno molto peggio. Qui, si è arrivati all’assurdo che il Portogallo offra ormai meno di mezzo punto percentuale per il suo decennale, quando fino a 5 anni fa stava sotto la Troika (UE, BCE e FMI).

Persino la Grecia, esempio di fallimento economico-finanziario, politico e sociale nel mondo ricco, vede i suoi (pochi) bond a 10 anni rendere intorno al 2%, un quarto di punto in meno dell’Italia, pur priva del sostegno della BCE. Assurdo, ridicolo, se solo si pensa che l’America offre all’incirca lo stesso rendimento. Al netto delle considerazioni sul cambio, il senso del ridicolo non muta granché. E, però, questi sarebbero i prodromi di una potenziale tempesta finanziaria, che rischia di travolgere chi è entrato sul mercato obbligazionario in questa fase apparentemente magica di guadagni a doppia cifra in breve tempo.

Il taglio dei tassi atteso della Fed fa collassare i rendimenti junk negli USA

Vi immaginate cosa succederebbe se l’economia mondiale o anche solo una parte di essa andasse in recessione? I primi titoli a saltare sarebbero proprio quelli “junk”, i cui spread tendono a impennarsi con l’andamento avverso del pil, in quanto le società finanziariamente meno solide sono percepite anche le principali vittime di un contesto economico deteriorato. Per chi avesse in pancia quei bond, due strade: attendere tempi migliori o rivendere in perdita. E pensate per caso che il Portogallo, se l’Eurozona entrasse in crisi, continuerà a offrire lo stesso 0,50% per il suo decennale? Allucinazioni!

Il fattore duration

Non è solo questione di qualità del debito che avete eventualmente rastrellato come drogati sul mercato; c’è il fattore “duration”, che pur non coincidendo tecnicamente con la durata residua dei titoli, la segue. E siccome si è reso necessario spostarsi su scadenze lunghe per ottenere la miseria anche solo dell’1%, con l’eventuale rialzo dei rendimenti, le perdite potenziali sarebbero elevate. Facciamo un esempio: se ho un bond con duration pari a 26 anni, come il BTp 2067, nel caso in cui il suo rendimento salisse dell’1%, il prezzo crollerebbe del 26%.

Se il bond avesse, invece, una duration pari a 5, la perdita sarebbe del 5%.

E il rischio che il mercato abbia troppo sottovalutato l’inflazione, scontando tassi bassi o anche calanti per un periodo eccessivamente lungo è concreto. Se così fosse, al minimo cenno di aumento dei prezzi in Europa, USA e Giappone, in particolare, le perdite per gli obbligazionisti sarebbero miliardarie. Il mercato dei bond nel mondo vale qualcosa come circa 105.000 miliardi di dollari e se la duration media risultasse di 8,4 anni, così come quella dell’indice Bloomberg Barclays Global Aggregates Treasuries Total Return, basterebbe lo 0,1% in più di rendimento medio globale per accusare quasi 900 milioni di perdite.

Una nuova crisi dei BTp quante perdite infliggerebbe ai risparmiatori? Ce lo dice la duration

Per (parziale) fortuna, le due minacce di cui sopra non dovrebbero presentarsi assieme: se le economie avanzate entrano in crisi, crollano probabilmente i bond “junk”, ma almeno i tassi non saliranno. E viceversa. A meno che – ma dovremmo avere proprio sfiga – non si registrasse una fase di stagflazione, cioè caratterizzata da inflazione in risalita e pil fermo o calante, per cui le banche centrali si troverebbero costrette ad intervenire almeno un po’ per mantenere la stabilità dei prezzi, alzando i tassi. La verità è che proprio queste ultime sembrano trovarsi in trappola, essendosi spinte molto oltre con gli stimoli monetari dal 2008, gonfiando i valori degli assets, obbligazionari particolarmente, e non riuscendo più a tornare indietro, consapevoli che mieterebbero numerosissime vittime e con contraccolpi economico-finanziari devastanti.

[email protected] 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti:

I commenti sono chiusi.