La Grecia approfitta dei rendimenti calanti dei bond per chiudere i conti con il Fondo Monetario

La Grecia vorrebbe saldare in anticipo il debito verso il Fondo Monetario Monetario, al fine di risparmiare preziosi euro sugli interessi. Ecco perché è possibile, ma come la Germania si metterà di traverso.

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La Grecia vorrebbe saldare in anticipo il debito verso il Fondo Monetario Monetario, al fine di risparmiare preziosi euro sugli interessi. Ecco perché è possibile, ma come la Germania si metterà di traverso.

Da quando la Grecia è stata sottoposta ai due salvataggi internazionali della cosiddetta Troika (UE, BCE e FMI), il solo Fondo Monetario Internazionale le ha erogato prestiti per un totale di 48 miliardi di euro, di cui 9,4 ancora da restituire. Negli ultimi giorni, prende piede l’ipotesi informalmente circolata negli ambienti governativi di Atene, secondo cui il premier Alexis Tsipras vorrebbe saldare in anticipo fino al 60% di questo debito residuo, ossia qualcosa come 4,6 miliardi.

La notizia sembra apparentemente un paradosso, perché con un debito pubblico al 180% del pil, in pochi capiranno come sia possibile una simile restituzione anticipata. In realtà, l’ultimo “bail-out” dell’agosto 2015, che vide la mancata partecipazione proprio dell’FMI e lo stanziamento da parte dei governi dell’Eurozona di 86 miliardi, ha fruttato alla Grecia 24 miliardi in più di liquidità rispetto alle sue esigenze effettive. La somma rimasta nelle casse di Atene basterà al paese per rifinanziarsi almeno fino al 2021, evitando di indebitarsi sui mercati.

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Fino al 2022, i creditori pubblici europei hanno concesso un periodo di grazia, nel corso del quale non dovranno essere corrisposti né gli interessi, né i rimborsi del capitale. Non è così per i prestiti concessi dall’FMI, sui quali matura un interesse annuo del 3,6%, il doppio del costo medio del debito ellenico. E bisogna anche considerare che negli ultimi mesi i rendimenti dei bond sovrani di Atene sono di molto diminuiti, scendendo di 100 punti base in 5 mesi per la scadenza a 10 anni. Al momento, un decennale offre proprio il 3,6%. Questo significa che il governo trova ormai poco o affatto conveniente continuare a restare esposto verso l’FMI, pagandogli interessi superiori rispetto a quelli esitati su gran parte della curva delle scadenze. Da qui, il piano di rimborsare una parte sostanziale per risparmiare decine di milioni di euro all’anno.

Tendere all’obiettivo non sarà, però, così semplice. Serve l’ok degli altri creditori pubblici, vale a dire essenzialmente dei governi dell’Eurozona, i quali dovranno rinunciare ad avvalersi della condizione di pari trattamento e in virtù della quale avrebbero diritto ad essere rimborsati in anticipo per una pari percentuale dei prestiti residui concessi.

Il problema è politico: la Germania ha preteso nel 2015 che l’FMI, pur non avendo più concesso prestiti per la terza volta, restasse coinvolta nella Troika, al fine di disporre di un parere “super partes” e non influenzato da interessi politici. Il timore dei tedeschi, infatti, è che sulla Grecia si allenti con gli anni la tensione dei creditori, i quali finirebbero per chiudere un occhio sia sulle condizioni finanziarie fissate per gli aiuti, sia sulle riforme economiche legate ai salvataggi.

La diffidenza dell’Europa

Peraltro, prima di avallare tale piano, Bruxelles vorrà vederci chiaro anche sui risparmi concretamente ottenibili dai rimborsi anticipati. Questi svanirebbero, ad esempio, nel caso di rialzo dei rendimenti sovrani in Grecia e/o in tutta l’Eurozona, anche se i toni notevolmente più “dovish” della BCE di queste ultime settimane lasciano presagire che il mercato del debito pubblico nell’area resterà molto tonico anche nei prossimi mesi, se non anni.

Atene è riuscita a passare da un deficit superiore al 15% nel 2009 a un avanzo dello 0,8% nel 2018. Questo è potuto avvenire, nonostante il crollo del pil nominale e reale di circa un quarto dal 2007, grazie proprio all’assenza di interessi da pagare ai creditori pubblici europei, che rappresentano ancora oggi più dell’80% del debito pubblico ellenico. Difficile, però, che tra 4 anni, quando il periodo di grazia sarà alle spalle, i conti pubblici non ne risentano negativamente. Per questo, il non detto nei consessi internazionali è che la Grecia beneficerà prima o poi di una ristrutturazione del debito in mano ai creditori pubblici, per quanto formalmente non in forma di “haircut” o taglio del valore nominale dei prestiti, com’è avvenuto nella primavera del 2012 ai danni degli obbligazionisti privati. E paradossale che possa apparire, proprio l’FMI da anni invita gli altri creditori pubblici ad accettare finanche una parziale cancellazione del debito, sostenendo che i criteri fissati per onorare le scadenze nei prossimi decenni, tra cui un avanzo primario al 3,5% del pil, sarebbero insostenibili e persino non credibili.

Nonostante ciò, tra governo Tsipras e istituto non è stato mai amore. Il primo addita da sempre il secondo come una sorta di squalo a caccia di prede e più volte ha polemizzato veementemente per la sua politica di “strangolamento” finanziario, anche se perlopiù per agitare agli occhi dei greci un bersaglio facile con cui prendersela. C’è di certo che l’eventuale via libera di Bruxelles al rimborso anticipato rafforzerebbe in patria l’immagine del premier, offuscata dalla “capitolazione” di 4 anni fa alla linea filo-austerity europea. Quando mancano poche settimane alle elezioni europee e 6 mesi a quelle politiche, Syriza resta indietro nei sondaggi di una decina di punti percentuali rispetto a Nuova Democrazia, formazione conservatrice guidata da Kyriakos Mitsotakis. Anche per questo i prezzi dei bond corrono, confidando in un’evoluzione ancora più fiscalmente responsabile di Atene e in una maggiore propensione alle riforme. E le liti persistenti a tutt’oggi tra Eurogruppo e governo sull’impignorabilità delle prime case evidenzia come su queste di strada da fare ne resti tantissima. In fondo, il risanamento dei conti pubblici è avvenuto perlopiù aumentando le tasse, strangolando l’economia.

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