La crisi USA-Iran complica i piani in Libano, bond ancora giù

Il default in Libano diventa ancora più probabile con le tensioni internazionali tra USA e Iran. I titoli del debito pubblico scontano i maggiori rischi, mentre l'ex ministro dell'Economia parla di aiuti necessari per 20-25 miliardi di dollari.

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Il default in Libano diventa ancora più probabile con le tensioni internazionali tra USA e Iran. I titoli del debito pubblico scontano i maggiori rischi, mentre l'ex ministro dell'Economia parla di aiuti necessari per 20-25 miliardi di dollari.

Il Libano avrebbe bisogno di un pacchetto di aiuti da 20-25 miliardi di dollari, tra cui del Fondo Monetario Internazionale. Lo ha dichiarato in questi giorni l’ex ministro dell’Economia, Nasser Saidi, che stima in circa il doppio l’entità del salvataggio necessario per evitare il default, rispetto agli 11 miliardi di recente raccolti da Beirut tra vari paesi donatori. Egli ha anche aggiunto che l’economia libanese rischia di contrarsi del 10%. Nel 2019, per la prima volta da 20 anni, il pil dovrebbe essere già diminuito in termini reali (del 2%?), a causa della crisi finanziaria ed economica seguita negli ultimi mesi dell’anno alle dimissioni del premier Saad Hariri sulle proteste di piazza contro il suo governo.

Negli ultimi giorni, i bond sovrani del Libano continuano a deprezzarsi. L’eurobond con scadenza nel marzo di quest’anno vale appena 86,49 centesimi, mentre quello a 10 anni, sempre in dollari, è sceso a 43,38 centesimi, di fatto nei pressi dei minimi storici. La scadenza di marzo appare decisiva per capire se Beirut sarà in grado di onorare il suo immenso debito pubblico, sopra il 150% del pil. Essa vale 1,2 miliardi e le agenzie di rating nelle ultime settimane hanno tagliato il loro giudizio, con Fitch ad assegnare “CC”, S&P “CCC” e Moody’s “Caa2”, cioè i titoli del debito libanesi sono considerati ampiamente “spazzatura”.

Solamente la soluzione alla più grave crisi politica degli ultimi decenni contribuirebbe a risolvere le tensioni finanziarie, attutendo il deflusso dei capitali. La scorsa settimana, il presidente Michel Aoun ha dichiarato di essere speranzoso che il nuovo premier incaricato Hassan Diab possa formare il nuovo governo entro questa settimana. Senonché, proprio le tensioni USA-Iran di questi giorni allontanerebbero sia l’ipotesi di un ritrovato clima di unità nazionale, sia che esso eventualmente convinca il mercato che sarebbe sufficiente.

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La fragile situazione politica

Il Libano è considerato una sorta di protettorato iraniano e la convivenza tra le varie fazioni religiose è resa possibile dalla suddivisione delle cariche istituzionali, come da Costituzione. Il presidente deve essere uno sciita, il capo del governo un sunnita e il presidente del Parlamento un cristiano. Diab è un sunnita, ma stranamente non gode dell’appoggio proprio di gran parte dei sunniti, mentre lo ha ricevuto da una parte della minoranza cristiana (guidata dal genero del presidente) e dagli sciiti vicini a Hezbollah. Se già appariva fragile una simile situazione politica, adesso che il raid americano a Baghdad ha incendiato i focolai di tensione nel Medio Oriente risulta ancora più difficile credere che un siffatto quadro possa tenersi assieme.

Per il mercato obbligazionario libanese, una pessima notizia. Il titolo che scade tra due mesi già offre un rendimento superiore al 130%, livelli da default conclamato. La ristrutturazione del debito è data per scontata, ma le modalità saranno tanto più cruente, quanto più grave si rivelerà nei prossimi mesi la crisi economica in corso nel paese dei cedri. Sin qui, il governo uscente ipotizza il taglio delle cedole e l’allungamento delle scadenze, ma se non si trovasse una soluzione rapida per formare un nuovo esecutivo credibile e sostenuto dalla comunità internazionale, quasi certe sarebbero la svalutazione della lira prima e subito dopo la dichiarazione di default con inevitabile negoziazione con i creditori sull’entità del taglio nominale. E con un premier voluto solo dagli sciiti, difficile che un organismo internazionale come l’FMI voglia elargire prestiti a Beirut.

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