La crisi del petrolio colpisce l’Oman, Fitch declassa ancora il debito del sultano

Il sultanato è alle prese con una grave crisi fiscale e l'agenzia di rating ha declassato per la seconda volta in pochi mesi il suo debito sovrano, sempre più "spazzatura".

di , pubblicato il
Il sultanato è alle prese con una grave crisi fiscale e l'agenzia di rating ha declassato per la seconda volta in pochi mesi il suo debito sovrano, sempre più

Nuovo colpo al giudizio del debito sovrano dell’Oman. L’agenzia Fitch ne ha declassato il rating per la seconda volta quest’anno, portandolo da “BB” a “BB-“, mantenendo l’outlook “negativo”. Questo significa che sono possibili ulteriori “downgrade” nei prossimi mesi, quando già il rating del sultanato risulta tagliato al terzo gradino dell’area “junk” o “non investment grade”. A giugno, Moody’s aveva ridotto il suo giudizio da “Ba2” a “Ba3”. Del resto, i numeri fanno tremare i polsi. Secondo l’agenzia, il rapporto debito/pil salirà dal 60% dello scorso anno a circa l’80% quest’anno, anche perché le quotazioni medie del Brent si attesteranno a 45 dollari al barile, decisamente sotto i 70 dollari stimati necessari per il pareggio di bilancio. Secondo gli analisti della Federal Reserve, invece, all’Oman servirebbero quest’anno prezzi a quasi 87 dollari per non andare in deficit, mentre per l’anno prossimo si scenderebbe a poco meno di 80 dollari.

Scommettere sui bond emergenti del nuovo sultano

Altissimi i disavanzi fiscali, che arriverebbero al 20% del pil, in netta crescita dal già altissimo 8% del 2019. Per Fitch, tuttavia, il Consiglio di Cooperazione del Golfo dovrebbe sostenere finanziariamente l’Oman, sebbene non sia chiaro quando e come. Il principale ostacolo ad aiuti immediati è legato alla posizione di neutralità geopolitica che Muscat tradizionalmente assume nelle relazioni con gli stati dell’area, non schierandosi con nessuna delle parti nelle tensioni iraniano-saudite. E questo per Riad, un’unica capitale seriamente in grado di aiutare il vicino in affanno, è un affronto.

Bond poco variati

Il governo si è assicurato un prestito-ponte da 2 miliardi di dollari con un gruppo di banche e al contempo ha tagliato dell’8% la spesa pubblica.

In ogni caso, misure insufficienti a compensare il crollo del gettito fiscale provocato dal calo sia dei prezzi che dei barili estratti.

Il declassamento di Fitch non sembra avere impensierito gli obbligazionisti più di tanto. Il bond marzo 2027 e cedola 5,3750% (ISIN: US682051AE72) ieri si mostrava sostanzialmente invariato sul mercato secondario, scambiando a 97,47 centesimi e offrendo così un rendimento del 5,91%. Dai minimi di marzo, è balzato di prezzo di circa il 55%. E il bond agosto 2029 e cedola 6% (ISIN: XS1944412748) a stento arretrava, salendo di circa il 47% dai minimi di marzo e rendendo il 6,31%. Infine, calo contenuto dello 0,30% per il titolo gennaio 2048 e cedola 6,75% (ISIN: XS1750114396). Ai 90,68 centesimi di ieri, segnava un balzo del 60% in 5 mesi, offrendo un rendimento del 7,81%.

Parliamo di titoli allettanti, pur molto meno dei mesi scorsi, ma a fronte di un rischio di credito obiettivamente elevato e di cambio non indifferente, dato che questi bond sono denominati in dollari, valuta destinata a deprezzarsi contro l’euro nei prossimi anni. Per contro, il recupero prevedibile del petrolio nei prossimi mesi e, soprattutto, anni funge da sostegno alle quotazioni del debito, per quanto una risalita ai livelli pre-Covid non sembra nelle vicinanze. E bisogna capire se da qui ad allora le finanze omanite reggeranno.

Il debito del sultano offre fino al 9% all’anno

[email protected]

 

Argomenti: