La crisi del governo Conte non colpisce i BTp, perché e fino a quando?

Spread BTp-Bund ai minimi da quasi due anni, malgrado i venti di crisi politica in Italia. Ecco le ragioni per cui i mercati finanziari per il momento non puniscono i nostri bond e fino a quando reggerebbe la tregua.

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Spread BTp-Bund ai minimi da quasi due anni, malgrado i venti di crisi politica in Italia. Ecco le ragioni per cui i mercati finanziari per il momento non puniscono i nostri bond e fino a quando reggerebbe la tregua.

Questa settimana, lo spread BTp-Bund è sceso ai minimi dalla primavera del 2018, cioè da prima che nascesse il primo governo Conte, sorretto da Movimento 5 Stelle e Lega. Il rendimento del BTp a 10 anni si attesta sotto lo 0,90% e a meno di +130 punti base rispetto al titolo tedesco. In assoluto, cifre da sogno, pur tra le più alte di tutta l’Eurozona, assieme a quelle della Grecia. Il decennale spagnolo, ad esempio, non offre nemmeno lo 0,30%, circa 70 centesimi in più rispetto all’omologo Bund. In un certo senso, è come se l’Italia restasse una sorvegliata speciale sui mercati finanziari, pur in una condizione generale assai positiva.

Eppure, il governo Conte potrebbe cadere sulle tensioni sempre più evidenti nella maggioranza. E stavolta, a differenza dell’agosto scorso, non nascerebbe una nuova maggioranza parlamentare, certamente non una dalle tendenze più europeiste. Quando Matteo Salvini silurò dal “Papeete” l’esecutivo, ponendo fine alla maggioranza “giallo-verde” dopo 14 mesi, i mercati dapprima segnalarono qualche tensione sulle attese di imminenti elezioni anticipate, le quali sarebbero state quasi certamente vinte a mani basse dal centro-destra, ma subito dopo reagirono acquistando BTp per il sentore di un nuovo governo retto da M5S e PD, molto più rassicurante del precedente per gli investitori.

E adesso? Nel caso in cui lo sbocco percepito fossero le elezioni anticipate, probabilissimo che ci saranno reazioni ancora una volta negative ai danni dei nostri bond. Oltretutto, la UE ha appena diramato stime sull’economia italiana alquanto preoccupanti: quest’anno dovremmo crescere dello 0,3%, l’anno prossimo dello 0,6%. Restiamo stagnanti e il rapporto debito/pil, nel migliore dei casi, si mostrerebbe fermo ai livelli record toccati nel 2019.

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Rischio Italexit svanito?

Purtuttavia, il mercato ha fame di “yield”. Solo Grecia e Italia offrono rendimenti in linea o al di sopra dei rispettivi tassi d’inflazione sulle scadenze medio-lunghe. La Germania ha una curva negativa fino ai 20-25 anni e il suo decennale offre il -0,40%, cioè infligge perdite certe alla scadenza per il 4% cumulato dell’investimento. Diverse le cause di questa “repressione finanziaria”. Anzitutto, la politica monetaria ultra-espansiva della BCE. I tassi nell’area rimangono azzerati, il “quantitative easing” è stato ripreso dal novembre scorso e crea domanda certa e automatica di carta nell’area per 20 miliardi di euro al mese e di un imminente rialzo del costo del denaro non v’è traccia.

E poi c’è l’effetto Coronavirus. Dopo le tensioni USA-Iran, la pandemia cinese ha allarmato i mercati, spingendoli ad acquistare assets sicuri, tra cui oro e obbligazioni. In questo clima, la caduta di un governo a Roma preoccupa molto meno di pochi mesi fa e per una ragione anche specifica: il rischio “Italexit” è percepito assai più basso. Certo, sarà essenzialmente perché la Lega non è più al governo, ma non solo. Le posizioni di Salvini dall’opposizione sono diventate più moderate sull’euro. Nelle scorse settimane, la sua principale alleata, Giorgia Meloni, ha rassicurato ancora una volta gli interlocutori stranieri, quando negli USA ha ribadito in un’intervista a “Bloomberg” che per il suo partito l’euro non sia in discussione, semmai che bisogna aiutare gli stati che hanno subito contraccolpi con l’ingresso nella moneta unica.

Non che gli investitori gradirebbero un governo di destra, ma rispetto a uno o due anni fa lo vedrebbero con occhi meno allarmati. La lezione del 2018, con mesi di spread altissimo e tensioni politiche con Bruxelles senza precedenti, sembra sia stata almeno parzialmente recepita a Roma, dove nessun leader minaccia più di tornare alla lira. E fino a quando la BCE resta accomodante, tanto basta per continuare a comprare BTp, pur a premio rispetto a quasi ogni altro bond nell’Eurozona.

Del resto, già offrono quanto quelli greci.

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