La corsa dei metalli industriali affonda i bond, rendimenti tedeschi ai massimi da 9 mesi

Il rally dei metalli impiegati nella produzione industriale sta facendo collassare i prezzi delle obbligazioni. In caduta libera quelli dei "safe assets".

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Rendimenti in risalita sui metalli industriali

Il Treasury a 10 anni è schizzato dallo 0,90% di inizio anno all’1,37% attuale. Il Bund tedesco della medesima scadenza è salito dal -0,55% di fine gennaio al -0,30/1% di queste ore. Peggio è andata alla scadenza a 30 anni, che nell’ultimo mese si è impennata dal -0,14% allo 0,20%. In entrambi i casi, si tratta dei livelli più alti da fine maggio 2020, cioè 9 mesi a questa parte. Cosa sta succedendo? Per capirlo, basterebbe guardare un solo grafico, quello che riassume l’andamento dei prezzi dei metalli industriali. Quest’anno, guadagnano mediamente il 12%. Il rame è salito ai massimi dal settembre 2011, attestandosi nella mattinata di oggi a ridosso dei 9.200 dollari per tonnellata e segnando +18,5% da inizio anno.

Il rincaro dei metalli industriali è dovuto all’aumento della domanda legato alla ripresa della produzione globale, nonché alla debolezza dell’offerta di certe “commodities”, come per l’appunto il rame. Esso finisce inevitabilmente per impattare sulle aspettative d’inflazione, come testimonia il balzo del “breakeven” a 5 anni negli USA, ai massimi dal settembre 2012. Settimana scorsa, infatti, è salito fino al 2,37%. Tale è arrivata ad essere la differenza tra il rendimento quinquennale del Treasury con cedola fissa e quello con cedola legata all’inflazione. Gli analisti lo considerano come un termometro per valutare le aspettative d’inflazione nel medio-lungo periodo presso la prima economia mondiale.

Anche il petrolio sta facendo la sua parte, portandosi ai massimi da 13 mesi e avendo ormai superato stabilmente e abbondantemente la soglia dei 60 dollari al barile (Brent). In sostanza, gli investitori stanno scontando un “surriscaldamento” dei prezzi al consumo dopo mesi di inflazione azzerata o negativa per effetto della pandemia. Pesa anche lo scenario più strutturale di un “reshoring”, ossia di una relocalizzazione delle multinazionali nelle vicinanze dei mercati di sbocco, così da evitare per il futuro ulteriori interruzioni nella catena di produzione, com’è avvenuto con i “lockdown” dallo scorso anno.

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Cosa accadrà nei prossimi mesi

Il boom dei rendimenti sovrani riflette, a dire il vero, anche l’allentamento delle tensioni e l’appetito riscoperto per il rischio. Insomma, è frutto sostanzialmente dell’ottimismo che serpeggia sui mercati. Il trend non appare sostenibile nel breve termine. Anzitutto, perché la fine della pandemia sembra tutt’altro che prossima e i suoi effetti si faranno sentire ancora per qualche anno sul piano economico e sociale. Da qui alla fine del 2022, le principali economie mondiali non dovrebbero tornare ai livelli pre-Covid e i consumi non dovrebbero neppure rimbalzare nei prossimi mesi dopo il collasso del 2020.

Secondariamente, le banche centrali non stanno precipitandosi a mutare indirizzo di politica monetaria. Tutt’altro. Dalla Federal Reserve alla Banca del Giappone, passando per la BCE, tutti i principali governatori hanno precisato in maniera più o meno schietta che intendono tollerare tassi d’inflazione anche oltre i rispettivi target “per un certo periodo”. Questo significa che non ci saranno rialzi dei tassi in vista, né riduzioni sostanziose agli stimoli monetari, tra cui gli acquisti di bond. Certo, con un’inflazione tornata nettamente positiva un po’ ovunque i rendimenti nominali devono risalire per adeguarvisi, ma in termini reali restano abbondantemente negativi e lo saranno con ogni probabilità anche nel medio termine e fino alle lunghe scadenze.

L’Italia costituisce un capitolo a parte. I BTp sono rimasti più deprezzati degli altri bond per via del maggiore rischio sovrano percepito. Dunque, partono da livelli di rendimento più alti e la reflazione stessa in Italia appare ad oggi modesta e nettamente inferiore a quella vigente nel resto dell’Eurozona. Per questo, il decennale tricolore offre ancora lo 0,40% reale contro il -0,15% della Spagna. Di fatto, lo spread effettivo tra i due paesi continua a viaggiare in area 50-55 punti base, ma con il mutato contesto politico a Roma da una parte e la fame di assets più redditizi dall’altra, vi sono margini di ulteriore discesa per i rendimenti italiani.

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