La caduta dei rendimenti americani è una buona e cattiva notizia allo stesso tempo

Treasury a 10 anni sotto 1,15% e a 30 anni sotto 1,80%. Un paradosso che si spiega in diversi modi e che potrebbe riflettere un andamento ambiguo dell'economia globale.

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Crollo dei rendimenti americani

I rendimenti americani stanno collassando. Ieri, il Treasury a 10 anni è sceso sotto l’1,15%, ai livelli più bassi da inizio febbraio. E la scadenza a 30 anni si è portata sotto l’1,80%, ai minimi da fine gennaio. A maggio, stavano ancora rispettivamente sopra 1,70% e 2,40%. E sembra ancora più incredibile che tutto ciò stia accadendo dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione USA a giugno, salita al 5,4%, ai massimi dal 2008.

In genere, i rendimenti nominali tendono a salire con l’accelerazione dei tassi d’inflazione. In primis, perché il mercato pretende una più alta remunerazione a compensazione della maggiore perdita del potere di acquisto. Secondariamente, perché si attende un rialzo dei tassi d’interesse da parte della banca centrale per battere l’inflazione.

In questo caso, non sta accadendo per diverse ragioni. Anzitutto, perché la Federal Reserve è riuscita a convincere il mercato che l’alta inflazione negli USA sia un fenomeno temporaneo e che per questo non correrà ad alzare i tassi d’interesse, sebbene si preparerebbe ad essere meno espansiva da qui a qualche anno. Inoltre, i prezzi delle materie prime, che hanno fomentato l’inflazione nei mesi scorsi, hanno iniziato a ripiegare dai massimi, in qualche caso accusando un drastico tracollo, come nel caso del legname.

Doppio significato della caduta dei rendimenti americani

Infine, c’è la paura per la recrudescenza della pandemia. La variante Delta sta facendo impennare un po’ ovunque i contagi e in piena estate si torna a parlare di restrizioni anti-Covid, nonché a introdurre il coprifuoco in località turistiche come in Spagna, Portogallo e Grecia. Ciò sta scatenando una corsa ai “safe asset”, tra cui i Treasuries. E i rendimenti americani chiaramente arretrano.

E’ quanto accade persino al comparto corporate “junk”, mai così a caro prezzo nella loro storia e, quindi, poco remunerativi.

La paura sta facendo risalire lo spread sopra 110 punti base sul tratto a 10 anni. Ma questo non sta coincidendo con una contestuale risalita dei rendimenti italiani. Anzi, il BTp decennale offriva ieri meno dello 0,70%. Semmai, sono i Bund della Germania ad apprezzarsi ancora di più, allungando le distanze con l’Italia. Del resto, più salgono i timori per una nuova ondata di contagi e maggiore il rischio sovrano percepito per i titoli di stato italiani.

In sintesi, la caduta dei rendimenti americani è positiva laddove riflette aspettative d’inflazione più deboli e, quindi, segnalerebbe rialzi dei tassi più lontani. D’altro canto, è negativa nella sua qualità di riflesso di condizioni macro potenzialmente in corso di deterioramento quando sembrava che tutto stesse per andare per il meglio grazie alle vaccinazioni. Fioccano le disdette delle prenotazioni turistiche per i timori diffusi di una nuova crisi sanitaria. Insomma, il mercato torna a mostrarsi prudente. La pandemia non è finita.

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