La BCE sta dando una grossa mano ai BTp e anche a luglio abbiamo risparmiato

Il soccorso della BCE ai titoli del debito pubblico italiano si sta rivelando provvidenziale. Rendimenti in calo, grazie alla forzatura di Francoforte sugli acquisti.

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Il soccorso della BCE ai titoli del debito pubblico italiano si sta rivelando provvidenziale. Rendimenti in calo, grazie alla forzatura di Francoforte sugli acquisti.

Anche a luglio, i BTp hanno fatto la parte del leone riguardo agli acquisti complessivi dei titoli di stato condotti dalla BCE con il “quantitative easing”: 7,9 miliardi, più del 48% del totale netto mensile. E così, salgono a 406,4 miliardi i BTp detenuti da Francoforte con il QE, a cui dobbiamo aggiungere altri 36 miliardi acquistati con il PEPP (19,6% del totale), il programma emergenziale varato a marzo contro la pandemia e che è stato successivamente elevato a 1.350 miliardi di euro fino al 30 giugno 2021. Di fatto, quest’anno l’istituto ha acquistato 42,65 miliardi di bond sovrani italiani con il QE e 78,65 miliardi in tutto, pari rispettivamente al 25,30% e al 22,30% del totale, una quota decisamente superiore al 17% teoricamente spettante all’Italia con il “capital key”.

A luglio, nel complesso la BCE ha condotto acquisti di assets per 21,6 miliardi, di cui per l’appunto per oltre i tre quarti dedicati ai titoli di stato. Grazie a queste maxi-emissioni di liquidità, i rendimenti sovrani in tutta l’Eurozona stanno attestandosi ai livelli minimi record, scendendo pure in Italia, dove non mancano i timori sulla sostenibilità dell’immenso stock di debito pubblico accumulato già prima del Covid-19. Il PEPP avrebbe dovuto costituire quel programma dalle mani libere per la BCE, con il quale fare incetta di BTp per evitarne il crollo dei prezzi e i rendimenti in forte ascesa. In realtà, nel complesso sta rispettando il “capital key” più di quanto non avvenga con il QE. In totale, i “sovra-acquisti” di bond italiani ammonterebbero a non più di 14 miliardi, il 4% dell’ammontare complessivo. Tanto, ma non quanto sembrò emergere dalle prime settimane dal varo del PEPP, quando i BTp incisero per oltre un terzo degli acquisti totali.

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Scende la spesa per interessi

Quel che è di certo è che il Tesoro sta riuscendo a tenere i tassi sotto controllo, emettendo debito in relativa tranquillità. A luglio, il costo medio all’emissione è stato dello 0,80%, in calo dall’1% di giugno e ai minimi dallo scorso febbraio. Se i rendimenti restassero a tale livello nel lungo periodo, la spesa per interessi sul debito pubblico – quest’ultimo stimato a circa 2.600 miliardi a fine 2020 – crollerebbe a una ventina di miliardi, 40-45 in meno del 2019. In altre parole, il boom del debito coinciderebbe ancora con rendimenti calanti, grazie solo ed esclusivamente all’accomodamento monetario della BCE, oltre che per l’allentamento delle tensioni finanziarie nell’area, dopo il raggiungimento di un accordo intergovernativo per il varo del “Recovery Fund” da 750 miliardi, un’operazione percepita sui mercati come un tentativo incipiente di unione fiscale, pur minima e temperata da clausole e postille.

E’ presto, tuttavia, per cantare vittoria. Le emissioni nette di debito stimabili per l’Italia quest’anno si aggirano sui 180 miliardi di euro, per cui la BCE avrebbe sinora coperto meno della metà della somma occorrente per mettere teoricamente lo stato al riparo da tensioni. E negli ultimi 4 mesi dell’anno vi saranno 140 miliardi di BTp da rifinanziare, un importo che va incrementato della quota di emissioni necessarie per finanziare il deficit. Tagliando la testa al toro, potrebbero venir richiesti al mercato sui 200 miliardi in piena crisi economica, sociale e forse anche politica. Francoforte ci ha dato una grossa mano e continuerà ad offrircela anche nei prossimi mesi e anni, ma ciò non toglie che i conti pubblici nazionali stiano andando a ramengo e gli investitori non nutrano grossa fiducia sul futuro della nostra economia.
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