La BCE alza il PEPP di altri 600 miliardi: boom dei BTp, ma restano due pericoli

Nuovi stimoli monetari da Francoforte a fare da scudo ai titoli di stato italiani, anche se due ostacoli potrebbero presentarsi nei prossimi mesi sulla strada del nostro debito pubblico.

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Nuovi stimoli monetari da Francoforte a fare da scudo ai titoli di stato italiani, anche se due ostacoli potrebbero presentarsi nei prossimi mesi sulla strada del nostro debito pubblico.

Il board della BCE di ieri ha lasciato i tassi invariati, ma ha potenziato il PEPP, il programma di acquisti di assets per far fronte all’emergenza Coronavirus, di altri 600 miliardi di euro, portandolo a 1.350 miliardi. Ha deciso anche per una sua estensione temporale di 6 mesi, dato che gli acquisti verranno condotti fino al 30 giugno 2021. Infine, i proventi derivanti dai bond in scadenza acquistati con il PEPP verranno reinvestiti fino alla fine del 2022. Quanto a quest’ultimo annuncio, l’impatto non sarebbe eclatante, perché non dovrebbero essere tanti gli assets sul totale inseriti in portafoglio e che arriveranno a scadenza entro i prossimi 30 mesi.

Perché la BCE aumenterà il PEPP dopo la sentenza tedesca per difendere i BTp

Ad ogni modo, la reazione è stata molto positiva sui mercati, con i BTp a 10 anni ad essere passati da un rendimento dell’1,63% a uno minimo dell’1,435% alla pubblicazione del comunicato dell’istituto, scendendo ai minimi da fine marzo. E così, anche lo spread decennale, crollato di un massimo di quasi 20 punti base a 177 bp, salvo risalire nel corso della conferenza stampa del governatore Christine Lagarde sopra i 180. Da notare i forti guadagni realizzati dai nostri bond con scadenze più lunghe. Il BTp 2067 ha segnato un apprezzamento massimo del 3,16% in pochi istanti, balzando fino alla quotazione di 107,75. Molto bene anche il BTp 2050, con un +2,6%, portandosi decisamente sopra la pari, in area 102.

Il potenziamento del PEPP non può che fare bene ai bond dell’Eurozona, le cui emissioni sovrane stanno letteralmente esplodendo in questi mesi, a causa della necessità per i governi di sostenere le rispettive economie con potenti stimoli fiscali. Ieri, ad esempio, la Germania ha varato un nuovo maxi-piano da 130 miliardi per affrontare la crisi, peggiore delle attese.

In Italia, quasi nessuno crede che gli 80 miliardi sin qui stanziati dall’esecutivo basteranno a finanziare tutti gli interventi necessari per frenare la caduta del pil. In altre parole, la BCE sta sostenendo i governi con un accomodamento monetario senza precedenti nella storia d’Europa, accompagnando i loro piani di allentamento fiscale.

I due rischi principali per i BTp

Poiché la quota spettante all’Italia sulla base del “capital key” (non obbligatoria nel caso del PEPP) sarebbe del 17%, gli ulteriori acquisti di BTp sarebbero per almeno un’ottantina di miliardi, tenendo conto che nella quota rientrano anche i corporate e i covered bond e i titoli Abs. In totale, gli interventi straordinari salgono a 1.470 miliardi, a cui si aggiungono gli acquisti mensili ordinari per 20 miliardi. Resta da capire se i 600 miliardi extra saranno tutti impiegati nel corso del primo semestre del 2021 o, almeno in parte, anche quest’anno. Nel primo caso, il sostegno alle emissioni sovrane del 2020 rimarrebbe sostanzialmente invariato.

In ogni caso, i problemi per i BTp non sono finiti. Ieri, ci si aspettava, a dire il vero, anche qualcosa sull’inserimento nel portafoglio di acquisti condotti con il PEPP dei bond con rating declassato a “junk” in questo frangente di crisi – cosiddetti “angeli caduti”. Sulla questione il board non si è espresso e, però, il mercato nelle prossime settimane potrebbe prendere di mira i titoli del nostro debito per speculare su un loro “downgrade” in area “BB”. Già in aprile, tuttavia, la BCE aveva comunicato che accetterà come collaterale di garanzia anche i titoli declassati a “spazzatura” dal 7 aprile scorso e fino al settembre 2021, un modo per segnalare di non privare le banche italiane di liquidità per il caso in cui i BTp finissero massacrati dalle agenzie di rating.

Infine, un ultimo pericolo emerge dai dati di Francoforte. Le attese di base per l’economia nell’Eurozona sono di un crollo del pil dell’8,6%, seguito da un rimbalzo del 5,3% nel 2021 e da una crescita del 3,3% nel 2022.

A conti fatti, le perdite accusate per via dell’emergenza Coronavirus non verrebbero recuperate prima del 2023, uno scenario più pessimistico di quello sin qui dipinto dagli analisti fino a poco tempo fa, secondo i quali il recupero totale avverrebbe nell’area già nella prima parte del 2022. Una ripresa lenta rappresenta un pericolo per quei paesi particolarmente esposti sul piano fiscale, tra cui l’Italia. E il problema per noi è tanto più grave, se si pensa che i nostri tempi di recupero si dimostrano generalmente più lenti di quelli medi dell’area, per cui i contraccolpi su pil e conti pubblici rischiano di protrarsi più di quanto già non intuiamo. E per i BTp sarebbe una notizia negativa, sebbene l’idea che scaturisce dal complesso degli interventi di Francoforte è che si vada verso una crescente monetizzazione dei debiti sovrani senza dichiararlo esplicitamente.

Perché il PEPP della BCE non basta per ‘scudare’ i BTp

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