Se l’Egitto non troverà presto una soluzione pacifica alla crisi politica, potrebbe non onorare più i suoi debiti. In altre parole, il Paese rischia la bancarotta entro pochi mesi. I morti che si contano a Piazza Tahir non lasciano adito a dubbi su questa drammatica eventualità e gli investitori internazionali stanno scappando a gambe levate dalle principali città, insieme ai turisti che rappresentano la principale fonte d’entrata per il Paese.  Secondo uno studio della banca d’Affari  Merrill Lynch, l’Egitto avrebbe pochi mesi di vita: “il Paese, in grave crisi di liquidità e travolto da nuove turbolenze dopo la deposizione di Mohamed Morsi, rischia di non avere i soldi per pagare i debiti  ai fornitori interni ed esteri”.

A mancare sono soprattutto gli introiti del turismo che nel primo trimestre del 2013 ha visto un crollo delle presenze del 17% rispetto allo stesso periodo del 2012 quando erano già in calo di 2 milioni rispetto ai 14 milioni di presenze del 2010, prima della rivoluzione di piazza Tahrir.

 

Il caos politico manda a picco la sterlina egiziana e titoli di stato

 

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Principale termometro indicatore di questa drammatica situazione che rischia di compromettere anche importanti interessi italiani in terra d’Africa è il pound egiziano che da inizio anno ha perso il 13% nei confronti del dollaro (vedi grafico) e in 12 mesi il doppio nei confronti dell’euro. A premere sulla valuta locale è il debito statale che ha raggiunto il massimo storico superando i 240 miliardi di dollari con 34,7 miliardi di dollari di debito estero. Una stampella di aiuti da 14,5 miliardi stanziata dal FMI sarebbe dovuta arrivare se il presidente destituito avesse effettuato le riforme promesse. Ora, invece, è tutto congelato. A farne le spese in questo contesto sono i titoli di stato in dollari, quelli in mano ai fondi internazionali, che non hanno potuto fare a meno di risentire dell’effetto del caos politico in corso.

Il titolo di stato Repubblica d’Egitto 5,75% 2020 (Isin XS0505265859) da 1 miliardo di dollari è sceso a quota 85 da 100 di inizio anno e rende l’8,80% a scadenza. Peggio va il bond da 500 milioni con scadenza 2040 e cedola 6,875% (Isin XS0505478684) crollato a quota 75 con un rendimento che sfiora il 10%. Per non parlare dei titoli di stato in sterline egiziane che superano ormai il 20% sulla scadenza decennale. Nel frattempo le agenzie di rating si apprestano ad abbassare nuovamente la scure sul debito sovrano che rischia ora di finire in area “C”. Già sei mesi fa Standard & Poor’s e Moody’s avevano abbassato il merito creditizio di El Cairo (B- e B3 rispettivamente) con outlook negativo, ma ora che la situazione sta precipitando e con le banche straniere che hanno dichiarato di volersene andare dal Paese, il passo è breve. Gli analisti già lo scorso febbraio avevano spiegato che la revisione al ribasso del voto del debito pubblico egiziano era legata all’indebolimento della cornice istituzionale egiziana e l’outlook negativo rifletteva la possibilità di un ulteriore declassamento se la situazione interna fosse peggiorata comportando un forte deterioramento degli indicatori economici, come le riserve di valuta straniera o l’aumento del deficit.

 

Crisi Egitto: riserve valutarie crollate di quasi 2/3 in due anni e mezzo 

E proprio il crollo delle riserve valutarie rischia ora di mandare all’aria l’Egitto. Dall’inizio del 2013, con il crollo del turismo, degli investimenti e della stessa capacità produttiva del paese, l’Egitto ha iniziato a vedere dissanguate le sue riserve di valuta estera. All’inizio di giugno le riserve erano crollate a 13 miliardi di dollari dai 35 dell’inizio del 2011, prima della rivoluzione. Come mai? Al Paese la valuta serve per comprare essenzialmente gas e petrolio per produrre elettricità e offrire carburanti a prezzo sovvenzionato ai suoi cittadini.

Ma non solo. I soldi vengono usati anche per importare grano e farina in enormi quantità, sempre da offrire ai cittadini a prezzi sovvenzionati, oltre che per pagare gli interessi sui prestiti stranieri. Se i soldi non entrano dal turismo o dallo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi dati in concessione alle multinazionali straniere, fra cui l’ENI, le riserve si bruciano a candela. Come conseguenza di tutto ciò, adesso comincia a scarseggiare il carburante e le forniture di energia elettrica vanno a singhiozzo, mentre la rete internet è bloccata in molte zone del Paese e i beni di prima necessità arrivano con molto ritardo. Secondo gli analisti, il rischio generale è quindi altissimo e i rendimenti dei titoli di stato non potranno che aumentare visto che anche il CDS dell’Egitto (l’indicatore che misura il costo per proteggere il debito egiziano dal rischio bancarotta) ha superato abbondantemente i 700 punti.

 

Fallimento Egitto: pronti gli aiuti per evitare il peggio, ma in cambio di cosa?

 

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Ciò nonostante, sono in molti a ritenere che il caos che si è creato in Egitto dopo la destituzione dell’ex presidente Morsi costituisca un delicato momento di transizione per rimescolare le carte del potere in mano alla classe militare, pronta a contrattare con le potenze straniere nuovi accordi per lo sfruttamento del sottosuolo e non solo in cambio del riconoscimento del potere politico. In questo senso – secondo indiscrezioni riportate dall’agenzia Interfax – il Fmi sarebbe pronto a erogare una prima tranche di aiuti da 4,8 miliardi qualora il futuro governo rivedesse subito la politica dei sussidi e delle sovvenzioni ai cittadini consentendo al contempo alle imprese straniere di stipulare nuovi contratti più convenienti per lo sfruttamento delle risorse egiziane. Anche il Qatar e la Libia, dal canto loro, si sono già offerti di aiutare l’Egitto con 3 miliardi di dollari per tamponare il crollo della valuta, oltre che con alcuni milioni di barili di petrolio e di gas.

Del resto – come dice Roger Owen docente di storia del Medio Oriente ad Harward – la classe militare è incompetente a gestire l’economia, tanto che non è stata in grado di gestire la precedente fase di transizione facendo scappare tutti dal territorio. In generale ai paesi occidentali non piace l’idea che i militari controllino direttamente il potere, ma gli fa comodo. Così come fa comodo agli Stati Uniti – dice Owen – che preservano gli interessi di Israele e sono preoccupati dell’aumento dei prezzi del petrolio per cui difendono i loro interessi economici nella regione controllando soprattutto gli scambi commerciali nel Canale di Suez. In questo senso, il passaggio dalla dittatura alla democrazia, dopo la destituzione di Mubarak, appare ancora difficile.